Sulle strade della mia infanzia ogni
tanto c’erano cumuli di sassi e, seduto vicino a questi cumuli, sotto il sole
cocente dell’estate o il gelo dell'inverno, un uomo con un grosso martello in mano spaccava queste
pietre, ritmicamente, sasso dopo sasso, per farne della ghiaia. Quest’umo di
mestiere faceva lo “spaccapietre”
uno dei più ingrati lavori manuali esistenti e poiché non aveva guanti, per
parare i colpi del martello, aveva ideato copri-dita con i vecchi copertoni delle biciclette.
Sei passato dalla penna inchiostro e calamaio al mondo digitalizzato? Sei curioso di sapere come vivevano quelli prima di te? Questo è allora il sito che fa per te. Vi si raccontano fatti, episodi, modi di fare di tempi che non torneranno più perché cancellati dalla tecnologia. Insomma, STORIE D’ALTRI TEMPI…..................................................Barbara BERTOLINI
martedì 18 settembre 2018
martedì 21 novembre 2017
99. Il mangiadischi e la generazione “yéyé”
di Barbara
Bertolini
La generazione nata prima degli anni ’60 è
passata dalla canzone napoletana, che ha dominato incontrastata fino alla fine
della Seconda guerra mondiale, a quella melodica di Nilla Pizzi, Claudio Villa,
Luciano Tajoli, Gino Latilla ̶ canzoni le loro cantante a squarciagola dalle
nostre mamme mentre erano intente ai lavori domestici ̶ per
transitare dagli urlatori come Tony Dallara, Adriano Celentano, Joe Sentieri ed
approdare a quelli che erano i “nostri” cantanti, perché giovanissimi, ovvero
Gianni Morandi, Rita Pavone, Caterina Caselli, Patty Bravo, Marisa Sannia,
Adamo, ecc…. E poi, subito dopo, ispirati dai Beatles, sono arrivati i rocker o
cantanti beat, come l’Equipe 84, i Camaleonti, i Dik Dik, i Nomadi e altri che
ci hanno stregati con le loro musiche. E, io che vivevo fra due culture,
seguivo con passione anche i cantanti francesi come Sheila, Sylvie Vartan,
Françoise Hardy, Antoine, Mireille Mathieu, Jacques Dutronc, Arlette Zola, ecc…
sabato 15 aprile 2017
98. La saga di una famiglia di astronomi che per cento anni ha vissuto nell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte
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| Osservatorio astronomico di Capodimonte |
di Barbara
Bertolini
E’ capitato raramente che nel mondo
scientifico padre, figlio e nipote diventassero astronomi e, tutti, ottimi scienziati. Ma la cosa ancora più strana è che la
loro attività la svolgessero presso lo stesso osservatorio, ovvero quello astronomico di Capodimonte di Napoli che ha avuto il privilegio di
ospitarli in una continuità familiare e
scientifica veramente singolare.
Il molisano Antonio Nobile, suo figlio Arminio
e suo nipote Vittorio sono stati i
protagonisti di questa saga familiare per un secolo, dal 1819 al 1920 fino a
quando, Vittorio, fu costretto a scegliere tra la sua attività di astronomo e
quella dell’insegnamento e optò per quest’ultima.
Nell’Osservatorio astronomico di
Capodimonte nacquero sia Arminio che Vittorio poiché gli astronomi avevano
obbligo di dimora.
Il primo ad entrare come assistente
nell’Osservatorio di Capodimonte, allora appena inaugurato, è stato Antonio
Nobile.
mercoledì 8 febbraio 2017
97. Com'era ecologico il grembiule delle massaie!
Un indumento
che è andato poco a poco scomparendo nelle case è il grembiule, la divisa per
eccellenza delle massaie. Nonne, mamme e anche giovinette se lo toglievano raramente.
I motivi erano tanti ma il primo era quello di salvaguardare quel poco di
vestiti che si possedeva. Infatti, il guardaroba di nonne o bisnonne, fino ai
primi anni ’60, era davvero misero sia per la povertà della gente ma anche
perché ogni indumento veniva fatto a mano e richiedeva, quindi, molto tempo per
la sua realizzazione. Inoltre, non c’era ancora la lavatrice e si doveva, con
fatica, lavare tutto a mano in grandi mastelli. Sto parlando del mondo contadino,
anche se la buona borghesia italiana non aveva certo a disposizione, nemmeno
lei, tutto quello che abbiamo ora.
lunedì 28 novembre 2016
96. La notte di San Giovanni e la sporca guerra ai civili
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| La Bettola nel 1944 |
Del passato non ci sono solo scenari idilliaci da
ricordare ma anche storie terribili di violenze e barbarie come questa,
avvenuta alla “Bettola”, comune di Vezzano, vicino a Reggio Emilia, la notte di
San Giovanni del 1944, una calda notte stellata, dove pace e serenità regnavano sovrane
perché il coprifuoco, in vigore dalle
22, impediva a chiunque di uscire.
In quel
lontano 1944 la guerra ormai aveva dato il peggio di sé e non c’era più nulla
da perdere sia per i fascisti che per i tedeschi ma, anche i partigiani
colpivano duro: insomma si era arrivati ad un punto di non ritorno dove non
c’era più umanità per nessuno, come dimostra questo episodio, non certo il solo
nel panorama italiano di allora. Anzi, dicono M. Durchfeld e M. Storchi*
che le stragi perpetrate dai tedeschi di più ampie
proporzioni avvennero proprio nell’estate-autunno di quell’anno.
mercoledì 18 maggio 2016
95. Una lavagna, il…computer della mia infanzia
Siamo negli anni ’50, i genitori di Rita Frattolillo, seconda
di quattro figlie, decidono di non mandarla a scuola ma di tenerla a casa a
badare alle sorelline più piccole. La mamma e il papà sono insegnanti e,
quindi, all’educazione scolastica penseranno loro. Ecco i ricordi di Rita di questa inusuale esperienza:
***
Per quanto
possa sembrare strano, a casa mia tra tutte le camere preferivamo la cucina.
La domenica, quando tutti erano liberi dal
lavoro e non c’era fretta, ci piaceva indugiare intorno alla grande tavola
apparecchiata per la prima colazione, e, tra un sorso e l’altro di caffelatte,
chiacchierare del più o del meno. E fare il programma della giornata, che
spesso comprendeva un’escursione fino a un certo castello o a quel tale sito
archeologico.
Nelle lunghe sere d’inverno, poi, pur se
ogni stanza aveva il proprio camino, ci piaceva sederci in circolo intorno a
quello della cucina, dove, con gli occhi stregati dallo sfavillio dei carboni
che ardevano nel focolare, seguivamo in silenzio i “cunti” di paese raccontati
dalle vecchie donne di casa.
domenica 7 febbraio 2016
94. DOVE HAI FATTO IL MILITARE?
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| Gianni Morandi con i suoi commilitoni |
di Barbara Bertolini
Questa era la domanda che
permetteva a perfetti sconosciuti di intavolare una simpatica conversazione.
Per molti ragazzi italiani il servizio di leva o la naja era l’unico modo per
uscire dalla famiglia e fare nuove esperienze anche se quasi tutti preferivano
evitare di perdere uno o due anni della loro esistenza al servizio dello Stato
italiano. Quella del servizio obbligatorio di leva è stata un’istituzione
durata 143 anni, dalla nascita del Regno d’Italia fino al gennaio 2005 quando
la legge del 23 agosto 2004 ha sospeso la sua obbligatorietà per tutti quei
ragazzi nati dopo il 1985.
domenica 13 dicembre 2015
93. Le serve nelle case borghesi del passato, racconto di Lina Pietravalle
Fino alla fine
della Seconda guerra mondiale era facile trovare nelle case delle persone
abbienti la servetta, ovvero una ragazza di campagna andata a servizio presso
una famiglia per poter guadagnare un po’ di soldi, che avrebbe poi utilizzato sia
per il suo corredo, una volta che andava sposa, sia per aiutare la propria
misera famiglia. E non era raro che queste giovinette, trattate molte volte
come vere schiave, diventassero anche un oggetto sessuale dei maschi di
famiglia, con gravidanze indesiderate, come ci espone la scrittrice Lina
Pietravalle ne “I racconti della terra”.
La scrittrice ci
trasporta negli anni Venti del secolo appena passato e, con un linguaggio ricco
e raffinato, pieno di sfumature psicologiche, ci racconta la storia di Rosanella
inviata a servizio in un paese del Molise.
domenica 18 ottobre 2015
92. La responsabilizzazione dei figli nel passato e la deresponsabilizzazione di adesso
di Barbara Bertolini
Per i genitori
del passato l’educazione dei propri figli era sentita come primordiale. I ruoli
erano chiari: non c’era la mamma amica né, tanto meno, il papà amico (che veniva
chiamato babbo). Anzi, soprattutto nel mondo contadino, i figli davano del
“voi” ai propri genitori. E, questo “voi” marcava una distanza di rispetto che
non permetteva intemperanze, oltraggi o volgarità. Nessun bambino rispondeva ai
propri genitori senza beccarsi un sonoro ceffone.
Con gli
insegnanti era ancora peggio. Arrivati a scuola si doveva ubbidire senza
fiatare alle regole da loro imposte. Gli scolari si guardavano bene dal
riferire ai propri genitori le punizioni ricevute in classe perché, una volta a
casa, rischiavano di prendersi una doppia razione di scappellotti. Se si era
stati puniti, pensavano mamma e papà, era senz’altro per una giusta ragione ed
era quindi normale che gli educatori correggessero l’alunno.
giovedì 18 giugno 2015
91. La gita scolastica del passato
Gli eccessi degli studenti alle
gite scolastiche di oggi mi riportano a quelle del passato, all’entusiasmo che
provavamo per la prima vera uscita di tutta la classe. Un premio che veniva concesso in genere ai
bambini arrivati all’ultimo anno obbligatorio: la quinta elementare.
Le mete erano di una sola
giornata: nessuna aveva soldi da spendere in alberghi o ostelli della gioventù
che in Italia erano ancora rari. Per cui, l’itinerario era previsto a piedi
oppure in pullman se la destinazione era
più lontana. La scampagnata nei dintorni del paese oppure la gita vera e
propria era, per noi, motivo di grandissima felicità. Ci si preparava almeno un
mese prima a questo avvenimento e, arrivato il giorno, con la nostra colazione
al sacco, ci avviavamo festosi per assaporare un momento di puro piacere.
lunedì 11 maggio 2015
90. Il mese di maggio nei paesini italiani
E’ ritornato maggio, con tanti
fiori….♫♫♫
Oltre all’esplosione della natura
che riprendeva in pieno il suo ritmo rigeneratore con un tripudio di suoni,
odori e colori, nel passato, nei paesini
italiani, maggio assumeva un carattere
puramente religioso: il mese della Madonna. Che veniva rispettato da tutti. I
ritmi lenti del tempo ci permettevano di assaporare a pieno dei primi tepori
estivi. Nel mio paese, diviso da tante borgate, ognuna aveva il proprio oratorio.
Ed era lì che, quando sentivano il suono della campanella, ci riunivamo all’ora del vespro per il
rosario. Poiché non c’erano i sacerdoti,
impegnati tutti nelle chiese importanti, da noi la festa era davvero solo ed
unicamente al femminile per cui allegra, con tutti i canti, colorata, con tutte
le decorazioni di fiori e sinceramente
devota. Credo che da nessuna parte la Madonna venisse festeggiata con tanto
ardore come a Cà de Pazzi.
lunedì 2 marzo 2015
89. Le balere del tempo passato, come i giovani si divertivano negli anni ’40-‘60
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| Balli nell'aia (Serena Ranieri) |
di Barbara Bertolini
L’Emila Romagna è considerata per
eccellenza la patria della balera. Ed è
emiliana la novantenne signora Armentina Bonini, a cui mi rivolgo per attingere informazioni
sul passato poiché i suoi ricordi sono nitidi.
sabato 24 gennaio 2015
88. I primi supermercati e ipermercati sono arrivati in Italia in pieno boom economico
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| foto Esselunga |
di Barbara Bertolini
Negozio, emporio, spaccio, bottega, rivendita, sono le varie denominazione dei luoghi dei nostri acquisti fino agli anni ’60, insomma, tutto, tranne supermercato. Fino ad allora il nostro potere di acquisto era molto limitato e, quindi, non abbiamo potuto fare come i ricchi americani che già verso la fine degli anni ’40 contavano più di 30 mila supermercati sul loro territorio.
La data esatta dell’apertura del
primo supermercato italiano è il 27
novembre 1957, a Milano. Infatti, in viale Regina Giovanna, una ex officina
ospita “Supermarket Italiani S.p.A.” , il
rivoluzionario negozio che stravolgerà il modo di fare la spesa di
milioni di persone.
giovedì 20 novembre 2014
87. Alla ricerca delle proprie radici : dalla Francia a un paesino dell’Appennino reggiano
| I francesi appena arrivati al "Sasso" davanti alla casa dei loro avi |
di Barbara Bertolini
Ognuno di noi vuole sapere chi è, da dove viene e chi sono i suoi antenati, ecco perché le ricerche genealogiche, grazie anche ad internet, sono in pieno boom.
Ognuno di noi vuole sapere chi è, da dove viene e chi sono i suoi antenati, ecco perché le ricerche genealogiche, grazie anche ad internet, sono in pieno boom.
Il flagello dell’emigrazione, in passato, ha spostato da
tutta la penisola italiana, in particolare dalle zone rurali, milioni di
persone alla ricerca di un lavoro soprattutto in Europa e nelle Americhe. Altri, una minoranza, hanno invece lasciato
l’Italia per motivi politici, per dissidi familiari, per spirito di
avventura. E’ pur vero che il fenomeno
migratorio ha ripreso, ma gli emigrati di adesso sono istruiti e hanno sempre
il telefonino in mano e, quindi, non interrompono i rapporti con i parenti
lasciati in Italia, come succedeva, invece, prima e come dimostra questa
storia.
domenica 5 ottobre 2014
86. La vendemmia e la pigiatura dell'uva negli anni '50
Ai tempi miei la scuola ricominciava ad ottobre. I pargoli erano una forza lavoro non
indifferente per l’agricoltura e, in una
nazione in cui più del 60% dei suoi abitanti lavorava la terra, si tenevano in
gran considerazione i lavori dei campi che si concludevano, per i bambini, con
la raccolta dell’uva. Ecco perché non si
andava a scuola fino al primo di ottobre.
Il vigneto nella famiglia contadina ha occupato sempre un
posto di rilievo. Esso veniva seguito nell’arco di tutte le stagioni con i
lavori di potatura, legatura e piegatura dei tralci, zappatura del terreno, della cimatura e,
infine, della protezione dell’uva dai predatori naturali come gli uccelli.
mercoledì 25 giugno 2014
85. La maternità fuori dal matrimonio: lettera di una ragazza piena di dubbi
Fino alla fine degli anni ’60,
l’ingenua e sprovveduta ragazza rimasta
incinta perché aveva ceduto alla famosa prova d’amore che le chiedeva il
fidanzato ̶ che poi alla notizia dell’imminente arrivo del
bebè se la svignava a gambe levate ̶ veniva vista male. Additata da tutta la comunità
come una “poco di buono”, una vera condanna morale anche per la sua famiglia. Poi, arrivò all’improvviso il femminismo e
spazzò via i pregiudizi e la donna, per la prima volta da millenni, acquisì la
consapevolezza che la maternità fuori dal matrimonio non fosse più una colpa.
Questa lettera, vera, scritta da una
ragazza all’inizio degli anni ‘70 dimostra l’evoluzione del pensiero femminile
nei riguardi della maternità (luoghi e nomi sono stati cambiati).
martedì 10 giugno 2014
84. Come si faceva a lievitare il pane nel passato? E la madre dell'aceto?
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| Pane emiliano |
La donna, nella sua storia millenaria, ha sempre fatto tutto a mano e, questo, fino agli anni '50 del secolo appena passato, quando improvvisamente è esplosa la modernità. Però, in quegli anni, in molti paesini
dell’Appennino e delle Alpi non era giunta questa ventata poiché non avevano l’energia elettrica e, quindi, non possedevano gli elettrodomestici, tra cui il frigorifero, che era comunque una rarità anche nelle famiglie più benestanti
perché molto costoso. Difettando questo
elemento, le casalinghe utilizzavano il savoir
faire che si era tramandato da generazioni.
Per esempio, la “pasta
madre”, era uno degli ingredienti
più importanti da avere sotto mano poiché era indispensabile per lievitare il
pane che veniva fatto rigorosamente in casa ma, anche, per la realizzazione di dolci. Nessuno
comperava il lievito di birra, quello che ora si trova in tutti i
supermercati e che deve essere conservato in frigo. Questo discorso valeva anche per l'aceto.
In che cosa consisteva questa “pasta madre”? Come si faceva?
giovedì 8 maggio 2014
83. La comunicazione senza telefono nel dopoguerra negli sperduti paesini italiani
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| Postino del passato, acquerello di Céline Castaingt-T. |
Molti piccoli paesi dell’Appennino e delle Alpi fino alla metà degli anni Cinquanta non avevano l’elettricità, ragion per cui l’unico modo per avere informazioni era leggere i giornali che arrivavano per posta. Ma quanti contadini, mezzadri, operai, piccoli artigiani avevano la possibilità di comperarli? Pochissimi. Dalle parti mie (Appennino reggiano), questi giornali arrivano ogni tanto nei due spacci locali che, guarda caso, fungevano anche da bar; giornali che venivano poi passati di mano in mano fino a quando ritornavano in quelle del proprietario che li utilizzava per avvolgere la sua mercanzia. In certi paesi c’era anche il banditore, ma la comunicazione di questo signore riguardava l’annuncio di leggi, decreti o l’arrivo dei mercanti. Tuttavia, per questa comunicazione, vi rimando al post n. 13 di questo blog firmato da Annamaria Cenname.
La radio la faceva da padrona,
invece, nei paesi che usufruivano dell’elettricità. In generale una radio che i pochi proprietari
o signorotti locali mettevano sul
balcone o davanti ad una finestra aperta, a pieno volume, per far sentire a
tutto il vicinato le informazioni, le canzonette, le opere ecc… Insomma le cose
importanti o piacevoli da ascoltare.
sabato 5 aprile 2014
82. Parole in disuso di Giuseppe Prezzolini
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| Diligenza con "trapelo" (cavallo dietro) |
Tante
parole della lingua italiana utilizzate nel passato sono andate perdute e,
molte, invece, stanno in un angolino del nostro cervello, seppellite da montagne
di informazioni, pronte a risorgere appena qualche scrittore ha la bontà di
adoperarle.
Secondo
Zanichelli, che ha lanciato l’allarme, sono all’incirca 2800 le parole italiane
che rischiano, ora, l’estinzione. Tra queste, per esempio, “imbolsire
(ingrassare), invacchiare (andare a male e segnato come errore da Word!),
misoneista (contrario ad ogni innovazione), belluino (feroce), ecc…”. Ma anche tanti termini dei mestieri
scomparsi.
Ho
ritrovato un testo delizioso di Giuseppe Prezzolini (1882-1982) sulla parola “trapelo”, che
voglio condividere con voi poiché riporta in vita un bel pezzo di altri tempi,
un racconto che è stato pubblicato per la prima volta nel 1954 dall’editore
Longanesi. Barbara Bertolini
IL
TEMPO DEL “TRAPELO”
di Giuseppe
Prezzolini
domenica 9 marzo 2014
81. I giochi dei bambini campagnoli negli anni Cinquanta
Per sapere come si giocava ai
tempi passati mi basta interrogare la mia memoria. Mi rivedo bambina felice
correre per il paese in compagnia di tanti compagnucci. I nostri giochi erano
frutto di una fantasia infinita poiché nessuno di noi aveva un gran che come
oggetti di divertimento. E, allora, acchiapparella, mosca cieca, regina
reginella, nascondino, un due tre stella, campana,
rubabandiera,
erano i nostri preferiti tra questi
giochi che potevamo portare avanti tutto il pomeriggio fino a quando,
all’imbrunire, stremati, ritornavamo nelle nostre case, accolti con la più
grande indifferenza.
sabato 15 febbraio 2014
80. GHEDDAFI e le suore italiane da lui volute in Libia
![]() |
| suore all'ospedale El Beida |
In questo blog, grazie all’amica
Maria Genta, ho potuto parlare della Libia ai tempi di re Idriss (vedere post
6,7,8 e 15) . Ora, un’interessante testimonianza di una suora, le cui
consorelle vi hanno vissuto per vent’anni, ci permette di capire meglio la
mentalità libica e, soprattutto, il dopo Gheddafi che ben pochi politologi
sembrano aver afferrato.
Mi ha raccontato, infatti, Suor AnnaMaria dell’esperienza delle
consorelle della sua Congregazione.
Le religiose erano state chiamate dall'allora
Papa Paolo VI al quale Gheddafi stesso aveva chiesto delle suore per l'ospedale di El Beida. Il rais libico
era stato colpito, in effetti, dalla cura e dalla dedizione di due suore
francescane, che avevano assistito nell'agonia e nella morte, con grande competenza e amore, il padre colpito dai bombardamenti di Reagan alle caserme
in cui viveva la famiglia del capo libico.
domenica 19 gennaio 2014
79 La scuola al tempo del fascismo: tema d’italiano
Dopo il post n.78, ricopio qui il secondo tema svolto dal professor Paperini
come esempio per i suoi alunni. Ritengo,
infatti, che non c’è niente di meglio di rileggere i temi d’italiano che
dovevano essere svolti dagli scolari degli anni ’30 del secolo appena passato
per capire la grande differenza tra loro e gli alunni di adesso. Nessun
insegnante si sognerebbe mai di chiedere, oggi, l’ispezione degli zaini dei nostri ragazzi. E,
anche se qualcuno la facesse, non vi troverebbe certo un grillo canterino, figuriamoci se i bambini di
adesso sanno cosa sia! Un’altra parola sparita dal dizionario
scolastico è “diligenza”. Esistono
ancora gli scolari diligenti? Chissà … Il rimprovero all’alunno Gabetti, invece, perché nella sua cartella vi
sono giornaletti e polizieschi, è frutto della mentalità dell’epoca: si dovevano
leggere solo buoni libri, dimenticando che, invece, sono proprio i primi ad
avvicinare l’adolescente alle future letture importanti. Ma vediamo le
differenze: (Barbara Bertolini)
Un’improvvisa ispezione in classe alle
cartelle degli alunni
mercoledì 1 gennaio 2014
78. La scuola durante il fascismo: i temi in classe
Siamo sotto
il fascismo, la scuola è una cosa molto seria.
Ci si alza in piedi appena l’insegnante entra e si aspetta il suo
“seduti!”. Dopo di che, zitti, zitti si segue (o si fa finta di seguire) con
attenzione la lezione. In quel periodo molti genitori sono analfabeti e,
l’istruzione è percepita come importante e fondamentale per l’avvenire del proprio
figlio. Ecco perché quasi tutti i papà e le mamme che vanno a parlare con gli insegnanti, raccomandano loro di usare le maniere forti con i propri pargoli se non obbediscono e non studiano.
In questo
clima di terrore, il prof. Paperini decide di dare una mano agli studenti
svogliati realizzando un certo numero di temi che toccano tutti gli argomenti
dell’anno scolastico: mamma e papà, l’amico, l’autunno, la vendemmia, la gita
in campagna, in montagna e al mare, Natale, La Befana, Pasqua ecc… ecc….
Questi temi,
le cui tracce saranno riprese anche dagli insegnanti, rivisti a distanza di
anni, finiscono per darci uno spaccato della realtà vissuta dallo scolaro nel
periodo fascista……. Ve li ripropongo. Per ora ecco il primo, molto istruttivo per capire il comportamento degli alunni dell'epoca:
Svolgimento:
martedì 10 dicembre 2013
77. Racconti della terra
Il gallo di Giacinto
di Vincenzo Rossi
[…] Immobile, supino, notti e giorni, con gli occhi chiusi o fissi al soffitto stetti per una quarantina di giorni… Poi quando avevo perduto quasi tutte le speranze di tornare a una vita piacevole avvenne il miracolo che mi sottrasse da quel costante stato di pena. Una notte mentre stavo osservando nel mio orologio da polso le due lancette che si accavallavano sulla mezzanotte, dal balcone semiaperto penetrò come un dono divino un alto, vigoroso e prolungato canto di un gallo. In me si produsse il miracolo: la mia sofferenza si attenuò, il mio cervello ebbe una illuminazione, una scossa rigenerante attraversò tutto il mio corpo e il mio spirito. La voce di quel misterioso gallo mi giungeva dai piedi del Cimerone dove alcuni contadini avevano sistemato il loro pollaio.
Quell’inattesa
voce di gallo era tanto forte che in principio lo scambiai per un ululato di
lupo. Cantò sette volte e tacque. Tornò il silenzio e il buio, ma passarono
tre, quattro minuti e il gallo riprese il suo canto con sette note e tacque,
fece una pausa un po’ più lunga, ma tornò ancora con sette note, l’ultimo “i”
lo tenne per una decina di secondi: chicchirichiiiiiii…
Compresi che intendeva avvisare il villaggio che era mezzanotte e che non
avrebbe cantato più. Infatti stetti in attesa tutta la notte, ma quel canto
miracoloso non si ripeté più.
domenica 3 novembre 2013
76. QUANDO SI NASCEVA IN CASA
Fino agli anni ’60 nei paesini di campagna si nasceva in casa. Questo parto avveniva in modo concitato. Nell’imminenza del travaglio si allontanavano dall’abitazione uomini e bambini. Le donne adulte della casa o del vicinato entravano in azione riscaldando grandi pentoloni d’acqua e preparando le varie pezze di stoffa necessarie per il nascituro e la mamma. Al marito, l’unica cosa che toccava, era di andare a chiamare la levatrice o la donna esperta del luogo e che si era formata solo dopo una lunga pratica di parti poiché era lei che faceva nascere tutti i bambini del paese.
sabato 26 ottobre 2013
75. La pastorella impertinente
Questa storia è vera e si svolge all’inizio
degli anni ’30 in un pesino dell’Appennino emiliano. Racconta di una pastorella
astuta che non voleva proprio andare a pascolare le pecore.
*****
Emergo con fatica da un sonno profondo. Sento, ovattata,
la voce di mia madre che cerca di svegliarmi scuotendomi leggermente, ma il suo
movimento mi culla e mi fa sprofondare di nuovo nel sonno. Allora, mi prende in
braccio e mi porta in cucina, io piagnucolo come ogni mattina. Per acquietarmi
mi dice: «Dai Tina, ti ho preparato un bel bicchiere di latte che
ho appena munto per te». Sa, infatti, che è il solo modo per farmi accettare
questa levataccia in un ambiente così freddo che richiede una forza di volontà
disumana per uscire dalle calde lenzuola. «Le tue amiche sono già pronte, ti
aspettano», aggiunge. Continuo a frignare, ma so che non ho altra
scelta, è l’alba ed io devo andare fuori
e raggiungere le mie dolci, tenere, deliziose pecorelle, che in effetti
sono le mie carnefici.
martedì 8 ottobre 2013
74. La proposta di matrimonio nel '900
| Abiti sposa del passato* |
Poiché nel passato il matrimonio
determinava la posizione civile di una
persona, esso poteva generare una caduta verso un gradino più basso o dare una
spinta verso uno più alto della
scala sociale. Ecco perché era combattuto il matrimonio d’amore che sbocciava
tra due giovani di diversa provenienza sociale. Se si nasceva poveri, era
difficile arricchirsi con il matrimonio: solo una fanciulla particolarmente
bella, i cui genitori sapevano giocarsi bene
questa carta, preservando la sua integrità fisica, poteva sperare di
farcela, altrimenti rischiava di diventare solo una concubina. I libri sono
pieni di storie amorose contrastate e di dolci fanciulle inghiottite dai lupi!
Nel ‘900 come avveniva la proposta di matrimonio quando i genitori erano consenzienti?
sabato 8 giugno 2013
73. Il S. Maria nuova di Reggio Emilia e l’igiene negli ospedali degli anni ‘50/60 dai ricordi di un'infermiera
| Vecchio ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia |
Sono
stata contattata da un’insegnante che stava svolgendo una ricerca sull’igiene
del passato nell’Appennino. In questo
blog ci sono vari post che, indirettamente, ne parlano. Ma soprattutto ho segnalato,
alla ricercatrice, una ex infermiera, Ines Bonini, entrata all’Ospedale S.
Maria nuova di Reggio Emilia nel 1961 e che, quindi, avrebbe potuto chiarire
tutte le sue domande su come veniva gestita l’igiene nella metà del secolo
scorso.
Ho interrogato anch’io Ines, perché la cosa mi incuriosiva e, quello che mi ha raccontato degli ospedali degli anni ‘50/60, mi ha lasciata allibita. Infatti, l’ospedale descritto dall’ex infermiera è uno di quei luoghi dove nessuno di noi vorrebbe mai trovarsi. Non solo per la sofferenza che vi regnava, ma anche per la mancanza totale di igiene e pulizia che lo caratterizzava. Se Ines non si è mai presa nessuna infezione lo deve solo ai robusti anticorpi formatisi quand’era bambina a contatto con il bestiame, in un mondo contadino dove non ci si preoccupava troppo dell’igiene.
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