lunedì 2 marzo 2015

89. Le balere del tempo passato, come i giovani si divertivano negli anni ’40-‘60

Balli nell'aia (Serena Ranieri)


di Barbara Bertolini


Abbiamo tutti sentito parlare della balera,  la discoteca del passato, la sala da ballo formato economico dei nostri genitori, nonni  o bisnonni, maliziosa e galeotta poiché  ha permesso di poter avvicinare la persona desiderata, in tempi in cui non era possibile nessun contatto con l’altro sesso. 

L’Emila Romagna è considerata per eccellenza la patria della balera.  Ed è emiliana la novantenne signora Armentina Bonini,  a cui mi rivolgo per attingere informazioni sul passato poiché i suoi ricordi sono nitidi.

sabato 24 gennaio 2015

88. I primi supermercati e ipermercati sono arrivati in Italia in pieno boom economico

foto Esselunga
di Barbara Bertolini

Negozio, emporio, spaccio, bottega, rivendita, sono le varie denominazione dei luoghi dei nostri acquisti fino agli anni ’60, insomma, tutto, tranne supermercato. Fino ad allora il nostro potere di acquisto era molto limitato e, quindi, non abbiamo potuto fare come i ricchi americani che già verso la fine degli anni ’40 contavano più di 30 mila supermercati sul loro territorio.
   
La data esatta dell’apertura del primo supermercato italiano è il  27 novembre 1957,  a Milano. Infatti,  in viale Regina Giovanna, una ex officina ospita “Supermarket Italiani S.p.A.” ,  il  rivoluzionario negozio che stravolgerà il modo di fare la spesa di milioni di persone.

giovedì 20 novembre 2014

87. Alla ricerca delle proprie radici : dalla Francia a un paesino dell’Appennino reggiano

I francesi appena arrivati al "Sasso" davanti alla casa dei loro avi
di Barbara Bertolini

Ognuno di noi vuole sapere chi è, da dove viene e chi sono i suoi antenati, ecco perché le ricerche  genealogiche, grazie anche ad internet, sono in pieno boom.

Il flagello dell’emigrazione, in passato, ha spostato da tutta la penisola italiana, in particolare dalle zone rurali, milioni di persone alla ricerca di un lavoro soprattutto in Europa e nelle Americhe.  Altri, una minoranza, hanno invece lasciato l’Italia per motivi politici, per dissidi familiari, per spirito di avventura.  E’ pur vero che il fenomeno migratorio ha ripreso, ma gli emigrati di adesso sono istruiti e hanno sempre il telefonino in mano e, quindi, non interrompono i rapporti con i parenti lasciati in Italia, come succedeva, invece, prima e come dimostra questa storia.

domenica 5 ottobre 2014

86. La vendemmia e la pigiatura dell'uva negli anni '50


Ai tempi miei la scuola ricominciava ad ottobre. I pargoli erano una forza lavoro non indifferente per l’agricoltura  e, in una nazione in cui più del 60% dei suoi abitanti lavorava la terra, si tenevano in gran considerazione i lavori dei campi che si concludevano, per i bambini, con la raccolta dell’uva.  Ecco perché non si andava a scuola fino al primo di ottobre.

Il vigneto nella famiglia contadina ha occupato sempre un posto di rilievo. Esso veniva seguito nell’arco di tutte le stagioni con i lavori di potatura, legatura e piegatura dei tralci,  zappatura del terreno, della cimatura e, infine, della protezione dell’uva dai predatori naturali  come gli uccelli.

mercoledì 25 giugno 2014

85. La maternità fuori dal matrimonio: lettera di una ragazza piena di dubbi

Fino alla fine degli anni ’60, l’ingenua e sprovveduta ragazza  rimasta incinta perché aveva ceduto alla famosa prova d’amore che le chiedeva il fidanzato  ̶  che poi alla notizia dell’imminente arrivo del bebè se la svignava a gambe levate  ̶  veniva vista male. Additata da tutta la comunità come una “poco di buono”, una vera condanna morale anche per la sua famiglia.  Poi, arrivò all’improvviso il femminismo e spazzò via i pregiudizi e la donna, per la prima volta da millenni, acquisì la consapevolezza che la maternità fuori dal matrimonio non fosse più una colpa.  

Questa lettera, vera, scritta da una ragazza all’inizio degli anni ‘70 dimostra l’evoluzione del pensiero femminile nei riguardi della maternità (luoghi e nomi sono stati cambiati).

martedì 10 giugno 2014

84. Come si faceva a lievitare il pane nel passato? E la madre dell'aceto?


Pane emiliano
La donna, nella sua storia millenaria, ha sempre fatto tutto a mano e, questo, fino agli anni '50 del secolo appena passato, quando improvvisamente è esplosa la modernità.  Però, in quegli anni, in molti paesini dell’Appennino e delle Alpi non era giunta questa ventata poiché non avevano l’energia elettrica e, quindi, non possedevano gli elettrodomestici, tra cui il frigorifero, che era comunque una rarità anche nelle famiglie più benestanti perché molto costoso.  Difettando questo elemento, le casalinghe utilizzavano il savoir faire che si era tramandato da generazioni.

Per esempio, la “pasta madre”,  era uno degli ingredienti più importanti da avere sotto mano poiché era indispensabile per lievitare il pane che veniva fatto rigorosamente in casa ma, anche, per la realizzazione di dolci. Nessuno comperava il lievito di birra, quello che ora si trova in tutti i supermercati e che deve essere conservato in frigo. Questo discorso valeva anche per l'aceto.

In che cosa consisteva questa “pasta madre”?  Come si faceva?

giovedì 8 maggio 2014

83. La comunicazione senza telefono nel dopoguerra negli sperduti paesini italiani

Postino del passato, acquerello di Céline Castaingt-T.

Molti piccoli paesi dell’Appennino e delle Alpi fino alla metà degli anni Cinquanta non avevano l’elettricità, ragion per cui l’unico modo per avere informazioni era leggere i giornali che arrivavano per posta. Ma quanti contadini,  mezzadri, operai,  piccoli artigiani avevano la possibilità di comperarli? Pochissimi. Dalle parti mie (Appennino reggiano), questi giornali arrivano ogni tanto nei due spacci locali che, guarda caso, fungevano anche da bar;  giornali che venivano poi passati di mano in mano fino a quando ritornavano in quelle del proprietario che li utilizzava per avvolgere la sua mercanzia. In certi paesi c’era anche il banditore, ma la comunicazione di questo signore riguardava  l’annuncio di leggi, decreti o l’arrivo dei mercanti. Tuttavia, per questa comunicazione, vi rimando al post n. 13 di questo blog firmato da Annamaria Cenname.

La radio la faceva da padrona, invece, nei paesi che usufruivano dell’elettricità.  In generale una radio che i pochi proprietari o signorotti locali  mettevano sul balcone o davanti ad una finestra aperta, a pieno volume, per far sentire a tutto il vicinato le informazioni, le canzonette, le opere ecc… Insomma le cose importanti o piacevoli da ascoltare.

sabato 5 aprile 2014

82. Parole in disuso di Giuseppe Prezzolini

Diligenza con "trapelo" (cavallo dietro)
Tante parole della lingua italiana utilizzate nel passato sono andate perdute e, molte, invece, stanno in un angolino del nostro cervello, seppellite da montagne di informazioni, pronte a risorgere appena qualche scrittore ha la bontà di adoperarle. 
Secondo Zanichelli, che ha lanciato l’allarme, sono all’incirca 2800 le parole italiane che rischiano, ora, l’estinzione. Tra queste, per esempio, “imbolsire (ingrassare), invacchiare (andare a male e segnato come errore da Word!), misoneista (contrario ad ogni innovazione), belluino (feroce), ecc…”.  Ma anche tanti termini dei mestieri scomparsi.
Ho ritrovato un testo delizioso di Giuseppe Prezzolini  (1882-1982) sulla parola “trapelo”, che voglio condividere con voi poiché riporta in vita un bel pezzo di altri tempi, un racconto che è stato pubblicato per la prima volta nel 1954 dall’editore Longanesi. Barbara Bertolini

                                   IL TEMPO DEL “TRAPELO”
                                      di Giuseppe Prezzolini

domenica 9 marzo 2014

81. I giochi dei bambini campagnoli negli anni Cinquanta


Per sapere come si giocava ai tempi passati mi basta interrogare la mia memoria. Mi rivedo bambina felice correre per il paese in compagnia di tanti compagnucci. I nostri giochi erano frutto di una fantasia infinita poiché nessuno di noi aveva un gran che come oggetti di divertimento. E, allora, acchiapparella, mosca cieca, regina reginella, nascondino, un due tre stella, campana, rubabandiera,  erano i nostri preferiti tra questi giochi che potevamo portare avanti tutto il pomeriggio fino a quando, all’imbrunire, stremati, ritornavamo nelle nostre case, accolti con la più grande indifferenza.

sabato 15 febbraio 2014

80. GHEDDAFI e le suore italiane da lui volute in Libia

suore all'ospedale El Beida
In questo blog, grazie all’amica Maria Genta, ho potuto parlare della Libia ai tempi di re Idriss (vedere post 6,7,8 e 15) . Ora, un’interessante testimonianza di una suora, le cui consorelle vi hanno vissuto per vent’anni, ci permette di capire meglio la mentalità libica e, soprattutto, il dopo Gheddafi che ben pochi politologi sembrano aver afferrato.


Mi ha raccontato, infatti,  Suor AnnaMaria dell’esperienza delle consorelle della sua Congregazione.
 Le religiose erano state chiamate dall'allora Papa Paolo VI al quale Gheddafi stesso aveva chiesto delle suore per l'ospedale di El Beida. Il rais libico era stato colpito, in effetti, dalla cura e dalla dedizione di due suore francescane, che avevano assistito nell'agonia e nella morte, con grande competenza e amore, il padre colpito dai bombardamenti di Reagan alle caserme in cui viveva la famiglia del capo libico.

domenica 19 gennaio 2014

79 La scuola al tempo del fascismo: tema d’italiano


Dopo il post n.78, ricopio qui il secondo tema svolto dal professor Paperini come esempio per i suoi alunni.  Ritengo, infatti, che non c’è niente di meglio di rileggere i temi d’italiano che dovevano essere svolti dagli scolari degli anni ’30 del secolo appena passato per capire la grande differenza tra loro e gli alunni di adesso. Nessun insegnante si sognerebbe mai di chiedere, oggi,  l’ispezione degli zaini dei nostri ragazzi. E, anche se qualcuno la facesse, non vi troverebbe certo un  grillo canterino, figuriamoci se i bambini di adesso sanno cosa sia! Un’altra parola sparita dal dizionario scolastico è “diligenza”.  Esistono ancora gli scolari diligenti? Chissà … Il rimprovero all’alunno  Gabetti, invece, perché nella sua cartella vi sono giornaletti e polizieschi, è frutto della mentalità dell’epoca: si dovevano leggere solo buoni libri, dimenticando che, invece, sono proprio i primi ad avvicinare l’adolescente alle future letture importanti. Ma vediamo le differenze:  (Barbara Bertolini)

Un’improvvisa ispezione in classe alle cartelle degli alunni

mercoledì 1 gennaio 2014

78. La scuola durante il fascismo: i temi in classe


Siamo sotto il fascismo, la scuola è una cosa molto seria.  Ci si alza in piedi appena l’insegnante entra e si aspetta il suo “seduti!”. Dopo di che, zitti, zitti si segue (o  si fa finta di seguire) con attenzione la lezione. In quel periodo molti genitori sono analfabeti e, l’istruzione è percepita come importante e fondamentale per l’avvenire del proprio figlio. Ecco perché quasi tutti i papà e le mamme che vanno a parlare con gli insegnanti, raccomandano loro di usare le maniere forti con i propri pargoli se non obbediscono e non studiano.
In questo clima di terrore, il prof. Paperini decide di dare una mano agli studenti svogliati realizzando un certo numero di temi che toccano tutti gli argomenti dell’anno scolastico: mamma e papà, l’amico, l’autunno, la vendemmia, la gita in campagna, in montagna e al mare, Natale, La Befana, Pasqua ecc… ecc….
Questi temi, le cui tracce saranno riprese anche dagli insegnanti, rivisti a distanza di anni, finiscono per darci uno spaccato della realtà vissuta dallo scolaro nel periodo fascista……. Ve li ripropongo. Per ora  ecco il primo, molto istruttivo per capire il comportamento degli  alunni dell'epoca:

 Tema: Il nostro maestro

Svolgimento:

martedì 10 dicembre 2013

77. Racconti della terra

Il gallo di Giacinto
di Vincenzo Rossi

A causa di un malore e una successiva caduta, Vincenzo Rossi è costretto a letto per più di un mese, quando un avvenimento inatteso viene a confortare la sua dolorosa immobilità. Ecco il suo racconto:



[…] Immobile, supino, notti e giorni, con gli occhi chiusi o fissi al soffitto stetti per una quarantina di giorni… Poi quando avevo perduto quasi tutte le speranze di tornare a una vita piacevole avvenne il miracolo che mi sottrasse da quel costante stato di pena. Una notte mentre stavo osservando nel mio orologio da polso le due lancette che si accavallavano sulla mezzanotte, dal balcone semiaperto penetrò come un dono divino un alto, vigoroso e prolungato canto di un gallo. In me si produsse il miracolo: la mia sofferenza si attenuò, il mio cervello ebbe una illuminazione, una scossa rigenerante attraversò tutto il mio corpo e il mio spirito. La voce di quel misterioso gallo mi giungeva dai piedi del Cimerone dove alcuni contadini avevano sistemato il loro pollaio.

Quell’inattesa voce di gallo era tanto forte che in principio lo scambiai per un ululato di lupo. Cantò sette volte e tacque. Tornò il silenzio e il buio, ma passarono tre, quattro minuti e il gallo riprese il suo canto con sette note e tacque, fece una pausa un po’ più lunga, ma tornò ancora con sette note, l’ultimo “i” lo tenne per una decina di secondi: chicchirichiiiiiii… Compresi che intendeva avvisare il villaggio che era mezzanotte e che non avrebbe cantato più. Infatti stetti in attesa tutta la notte, ma quel canto miracoloso non si ripeté più.

domenica 3 novembre 2013

76. QUANDO SI NASCEVA IN CASA



Fino agli anni ’60 nei paesini di campagna si nasceva in casa. Questo parto avveniva in modo concitato. Nell’imminenza del travaglio si allontanavano dall’abitazione uomini e bambini. Le donne adulte della casa o del vicinato entravano in azione riscaldando grandi pentoloni d’acqua e preparando le varie pezze di stoffa necessarie per il nascituro e la mamma.  Al marito,  l’unica cosa che toccava, era di andare a chiamare la levatrice o la donna esperta del luogo e che si era formata solo dopo una lunga pratica di parti poiché era lei che faceva nascere tutti i bambini del paese. 

sabato 26 ottobre 2013

75. La pastorella impertinente


Questa storia è vera e si svolge all’inizio degli anni ’30 in un pesino dell’Appennino emiliano. Racconta di una pastorella astuta che non voleva proprio andare a pascolare le pecore.
***** 
Emergo con fatica da un sonno profondo. Sento, ovattata, la voce di mia madre che cerca di svegliarmi scuotendomi leggermente, ma il suo movimento mi culla e mi fa sprofondare di nuovo nel sonno. Allora, mi prende in braccio e mi porta in cucina, io piagnucolo come ogni mattina. Per acquietarmi mi dice: «Dai Tina, ti ho preparato un bel bicchiere di latte che ho appena munto per te». Sa, infatti, che è il solo modo per farmi accettare questa levataccia in un ambiente così freddo che richiede una forza di volontà disumana per uscire dalle calde lenzuola. «Le tue amiche sono già pronte, ti aspettano», aggiunge. Continuo a frignare, ma so che non ho altra scelta, è l’alba ed io devo andare fuori  e raggiungere le mie dolci, tenere, deliziose pecorelle, che in effetti sono le mie carnefici.

martedì 8 ottobre 2013

74. La proposta di matrimonio nel '900


Abiti sposa del passato*
La richiesta di matrimonio, nel passato, era una cerimonia ben codificata e questo accomunava quasi tutte le classi sociali della popolazione.  Solo i  poveri non si ponevano il problema con chi doveva sposarsi la figlia o il figlio, tanto, peggio della loro posizione non potevano avere!
Poiché nel passato il matrimonio determinava  la posizione civile di una persona, esso poteva generare una caduta verso un gradino più basso o dare una spinta verso uno più alto della scala sociale. Ecco perché era combattuto il matrimonio d’amore che sbocciava tra due giovani di diversa provenienza sociale. Se si nasceva poveri, era difficile arricchirsi con il matrimonio: solo una fanciulla particolarmente bella, i cui genitori sapevano giocarsi bene  questa carta, preservando la sua integrità fisica, poteva sperare di farcela, altrimenti rischiava di diventare solo una concubina. I libri sono pieni di storie amorose contrastate e di dolci fanciulle inghiottite dai lupi!

Nel ‘900 come avveniva la proposta di matrimonio  quando i genitori erano consenzienti?

sabato 8 giugno 2013

73. Il S. Maria nuova di Reggio Emilia e l’igiene negli ospedali degli anni ‘50/60 dai ricordi di un'infermiera

Vecchio ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia


Sono stata contattata da un’insegnante che stava svolgendo una ricerca sull’igiene del passato nell’Appennino.  In questo blog ci sono vari post che, indirettamente, ne parlano. Ma soprattutto ho segnalato, alla ricercatrice, una ex infermiera, Ines Bonini, entrata all’Ospedale S. Maria nuova di Reggio Emilia nel 1961 e che, quindi, avrebbe potuto chiarire tutte le sue domande su come veniva gestita l’igiene nella metà del secolo scorso.

Ho interrogato anch’io Ines, perché la cosa mi incuriosiva e, quello che mi ha raccontato degli ospedali degli anni ‘50/60, mi ha lasciata allibita. Infatti, l’ospedale  descritto dall’ex infermiera è uno di quei luoghi dove nessuno di noi vorrebbe mai  trovarsi. Non solo per la sofferenza che vi regnava, ma anche per la mancanza totale di igiene e pulizia che lo caratterizzava. Se Ines non si è mai presa nessuna infezione lo deve solo ai robusti anticorpi formatisi quand’era bambina a contatto con il bestiame, in un mondo contadino dove non ci si preoccupava troppo dell’igiene.

martedì 21 maggio 2013

72. Il WWW festeggia i suoi 20 anni: tank you Mr Tim Berners-Lee



Il “www” ovvero “World Wide Web” compie  vent’anni. Questo blog non si occupa di storie così recenti, ma quella che voglio raccontare è davvero particolare,  perché i vent’anni trascorsi sembrano un’eternità. Da quando Tim Berners-Lee (nella foto), che lavorava al CERN di Ginevra, ha creato il WWW e ha permesso che venisse messo a disposizione di tutti gratuitamente, il nostro mondo è cambiato. Questo blog e i milioni di altri blog sparsi nei continenti esistono grazie a lui, così come i miliardi di messaggi email che ci scambiamo ogni giorno, le informazioni e le ricerche che riusciamo ad avere con un “clic”, i giornali on line e gli ebook che leggiamo;  tutto si può vedere grazie all’invenzione di questo fisico britannico che, con i suoi ipertesti, ci ha aperto una finestra sul mondo.

Ma la cosa più  importante  è che  Berners-Lee abbia scelto di brevettare il suo WWW  lasciando il libero utilizzo,  sapendo che così facendo non sarebbe mai diventato miliardario.

sabato 27 aprile 2013

71. L'inquinamento domestico negli anni '50

La parola "inquinamento" fino alla metà del secolo scorso non aveva ancora fatto la sua apparizione poiché nelle case contadine di rifiuti domestici ne rimanevano ben pochi. Questo per due ragioni: la prima perché si comperava lo stretto indispensabile e, la seconda, perché gli animali da cortile spazzavano via, con voracità, il cibo che avanzava.
Anche l’abbigliamento, veniva ancora cucito a mano e, spesso, come raccontato in questo blog (post 2), realizzato dalle massaie dalla A alle Z, ovvero dalla produzione e realizzazione della stoffa stessa, alla sua finale trasformazione con questi passaggi:

venerdì 8 marzo 2013

70. Il matto del paese



Ogni paese ha sempre avuto il suo personaggio eccentrico, sopra le righe e, talvolta, proprio matto. Una persona che tutti conoscevano, evitavano o aiutavano a seconda  della sua personalità. Anche attraverso questo racconto si intravvede la vita paesana del tempo che fu.  La storia del pazzo,  che ci racconta lo scrittore Vincenzo Rossi, si è svolta nel periodo fascista a Cerro al Volturno (nella foto), in provincia di Isernia, ed è davvero inconsueta: ogni notte egli svegliava i paesani facendo un fracasso infernale, fino a quando…

Lorenzaccio, il pazzo di Cerro al Volturno            di    Vincenzo Rossi

Di solito, tra l’una e le tre di notte, Lorenzaccio il Pazzo, svegliatosi nel suo pagliaio di Cincinuso, veniva a scuotere il paese con i suoi colpi di martello. Alla Pianuzza indossava l’armatura, conservata in una grotta: infilava la testa in un secchio al quale aveva attaccato quattro corna di bue, due davanti e due dietro, si legava intorno al corpo due lastre di zinco, una avanti e una dietro, tenute da fili di ferro alle spalle e ai fianchi; s’infilava nelle narici due lunghe penne di tacchino; impugnava un grosso martello di legno e raggiungeva in silenzio le prime case. Qui attaccava a battere se stesso e quanti oggetti riteneva potessero rispondere al suo musicale desiderio: canaloni, ringhiere, pali, tubature, ecc. Le prime notti che scoppiò quel fracasso, molti  si alzarono, scesero a osservare la fonte dell’indesiderata orchestra, lo minacciarono, gli fecero promesse, ma nessuno riuscì a convincerlo di smetterla. Puntualmente nel cuore della notte riappariva, percorrendo  il paese due volte, in salita e in discesa. A poco a poco le orecchie si assuefecero e c’era chi non avvertiva neppure l’arrivo di Lorenzaccio, che con i colpi faceva tremare tutte le ringhiere alle quali giungeva il suo martello. Io ne sentivo l’arrivo ai piedi del paese dal pagliaio di Arcangiancalla, o dalle Aie.

lunedì 11 febbraio 2013

69. LA FONTE DEL PAESE e le sue storie




Quando l’acqua non arrivava nelle abitazioni, la fonte era il luogo d’incontro più importante del paese perché almeno un membro della famiglia  vi andava, ogni giorno,  ad attingere l’acqua che sarebbe servita non solo per dissetare, ma anche per tutte le altre attività familiari come cucinare, lavarsi e lavare.
Il racconto poetico che segue è dello scrittore molisano Vincenzo Rossi  - che ringrazio per avermi permesso di mettere sul blog –  e che ci fa comprendere con vividezza  come la fonte, verso l’imbrunire, diventasse per il paese una agorà dove le donne si incontravano, discutevano e, perché no, litigavano anche. Ma bastava un bel cocomero per rappacificare tutti.  Siamo negli anni ’30 del secolo appena passato, a Cerro al Volturno (Molise), ma poteva accadere in qualsiasi  altro paesino d’Italia…  
***

La vecchia fonte, non più luogo di vita     di   Vincenzo Rossi*
Avvolta da profonda tristezza, di giorno e di notte, quasi non si riconosce. Le selci scavate dai ferri di muli e cavalli sono ricoperte da uno strato di terriccio dal quale traggono vita rigogliosi ciuffi di falasco; i solchi di scolo, ripieni d’acqua putrida, immobili, assorbono la luce sfuggita alle ginestre e ai rami inselvatichiti dei pioppi; i muri di cinta, che l’hanno in qualche modo protetta dal terreno franoso, ancora la rilevano nella sua forma rettangolare e le consentono di dissetare le bocche che le fanno visita. L’ampia pietra scalpellata, che ne copre la vaschetta dalla quale fuoriesce l’acqua, è la sola a ripresentarsi agli occhi, avidi di leggervi le tracce del tempo, quasi come allora. Una lieve patina ne offusca l’antico splendore.

domenica 13 gennaio 2013

68. Cosmetica del passato

Le donne di tutte le epoche hanno sempre saputo migliorare il loro aspetto attingendo ai prodotti di bellezza  naturali. Le egiziane, cinesi, greche, romane  dei secoli avanti Cristo avevano già scoperto i tanti segreti della cosmesi e utilizzavano intrugli di tutti i tipi per la cura del corpo.

La studiosa Patrizia Turrini, dell’Università di Siena, che ha fatto un’indagine in merito, ci parla di una certa Trotula, donna sapiente e colta, medico della scuola salernitana, vissuta nel  Medioevo,  e quindi più vicina a noi, che, oltre alle malattie femminili, si è occupata anche di igiene e di bellezza. Ebbene, questa medichessa nel suo trattato, Il De Ornatu,  già  insegnava alle donne come eliminare rughe e peli superflui, come rendere smaglianti i denti e la pelle bianca e libera da impurità, come evitare le borse sotto gli occhi e le screpolature, ma anche come truccare viso e labbra e tingere di biondo o di nero i capelli.

martedì 25 dicembre 2012

67. Natale e balocchi



Quanta grazia Sant’Antonio! è proprio il caso di esclamare quando si va in qualsiasi casa durante le feste di Natale.
Alcuni  di noi, che hanno vissuto la loro infanzia accontentandosi di misere cose, vanno proprio in escandescenza. Mi ha raccontato un’amica, nonna felice di una bella brigata di quattro nipotini, che ha sentito il proprio marito, il cui studio è stato invaso da una montagna di regali che non riuscivano ad essere collocati sotto l’albero di Natale, dire a se stesso: «Su Antonio, non ti abbattere sono solo due giorni poi tutto passerà, fatti coraggio!» 

venerdì 16 novembre 2012

66. Le colonie marine degli anni Cinquanta



Appena penso a “colonie marine” mi viene in mente una vecchia canzone francese che le dissacrava: «Les jolies colonies de vacances, merci maman merci papa…» (che belle  le colonie, grazie mamma, grazie papà) e  che si cantava negli anni ’60 del secolo appena passato.  Nate nell’800 per i bambini affetti da malattie tubercolari, esse si sono poi diffuse in tutta Europa.
In Italia fioriscono sotto il fascismo, dove il culto del corpo e della salute  sono tra gli obiettivi prioritari di questo regime. Esse vengono frequentate da grandi masse di ragazzi e bambini, e ciò in linea con la politica fascista del sostegno alle famiglie meno abbienti e di maggiore educazione e controllo delle future generazioni.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale cresce ulteriormente la notorietà delle colonie marine a cui vengono inviati bambini di tutte le classi sociali. Da una mappatura degli anni ’80 risulta che sulla sola riviera romagnola ce n’erano ben 246.

lunedì 8 ottobre 2012

65. Storie d'altri tempi, storie di autoproduzione


di Federica (orto sul terrazzo)

Mentre cercavo in internet delle testimonianze su come vivevano le nostre nonne, come organizzavano il lavoro di casa e quali attività svolgessero, mi sono imbattuta in un blog molto bello e interessante: altritempiraccontati.blogspot.it. Si tratta di una raccolta di testimonianze su come si viveva una volta, soprattutto nella prima metà del secolo scorso. Vi si trovano aneddoti e racconti per lo più su come si svolgeva la vita in campagna.
I miei preferiti sono i racconti della signora Armentina, nata e cresciuta in una famiglia patriarcale. Armentina spiega in varie occasioni come questi tipi di nucleo domestico riuscissero ad essere totalmente indipendenti ed in grado di autoprodurre tutto quanto servisse loro.

lunedì 17 settembre 2012

64. Come si fa l'aceto balsamico a Modena

Foto presa da: www.lanoce.it/it/about/acetaia/

 Un affare di famiglia
di    Silvana Abati


In tanti supermercati si vende, a basso prezzo, un aceto “balsamico” che delle acetaie modenesi non ha proprio nulla. E’ impossibile, infatti, acquistare a pochi euro un nettare che per arrivare sulle nostre tavole ha dovuto essere assistito amorevolmente per più di due decenni. Parola di modenese: se lo trovate lasciate perdere o, comunque, non chiamatelo aceto balsamico di Modena perché sarebbe una grande offesa per tutti quelli che si occupano di questo particolare prodotto.
Da quando sono nata ho sempre visto l’acetaia nel solaio di famiglia: ce l’aveva mio nonno,  mio padre e, quando mi sono sposata, l’ha realizzata anche mio marito. Ora che ho raggiunto una certa età, la nostra acetaia è passata ad un nipote, contagiato anche lui dalla passione per questa antichissima tradizione che affonda le radici nel Medioevo.
Poiché di aceto balsamico me ne intendo, quando mi è stato chiesto da Barbara di lasciare sul blog di “Altri tempi” la mia conoscenza su questo “cibo degli dei” non ho esitato un istante. La mia è tuttavia un’esperienza unicamente familiare perché le nostre acetaie sono sempre state realizzate ad  uso privato e non commerciale.

mercoledì 20 giugno 2012

63. Ufficio: evoluzione tecnologica dagli anni Sessanta in poi



Chi è entrato a lavorare negli uffici negli anni ’60 ha visto un’evoluzione epocale del modo di operare durante i quarant’anni seguenti a causa dell’arrivo di nuova tecnologia.
Allora era utilizzata soprattutto la macchina da scrivere meccanica e, negli uffici più evoluti, c’era quella elettrica. Per il calcolo, invece, la calcolatrice poteva essere elettrica, anche se non mancava quella azionata a manovella. Si è dovuto, tuttavia, aspettare la metà degli anni ’70 per veder circolare la prima calcolatrice tascabile. Di personal computer nemmeno l’ombra, essi sono arrivati solo alla metà degli anni ’80. Prima c’erano unicamente macchinoni enormi (inventati negli anni ’50 in America, ma arrivati negli uffici importanti verso la fine degli anni ’60 in Italia)  che occupavano intere stanze e che facevano calcoli considerati allora stratosferici, ma che un piccolo personal computer di adesso batte largamente.

Personalmente, ho seguito passo a passo tutta l’evoluzione.
Dalla penna inchiostro e calamaio sono passata alla biro. Poi, macchina da scrivere meccanica, una “Remington” che, ancora studentessa,  mi sono comperata con i primi soldi guadagnati facendo lavoretti.
La macchina da scrivere aveva un nastro che doveva essere cambiato quando si esauriva l’inchiostro. I tasti erano duri e bisognava battere forte con i polpastrelli delle dita per farli imprimere sulla carta. Per andare a capo, bisognava accompagnare il carrello con una mano.  Se si sbagliava a scrivere si strappava dal rullo la lettera, la si arrotolava e la si gettava nel cestino, ricominciando tutto daccapo.  Arrivò poi la possibilità di fare correzioni ( anni ’70), prima con il bianchetto, una specie di smalto bianco con cui si ricopriva la lettera o la parola sbagliata e poi lo stick, sempre con lo stesso principio del bianchetto ma ingessato in una cartina che si frapponeva fra tasto e foglio, permettendo piccole correzioni.
La macchina da scrivere divenne sempre più veloce grazie all’elettricità e Ibm ne inventò varie, tra cui una con una palla al posto dei caratteri tradizionali e un’altra che fece impazzire le segretarie perché ogni lettera aveva uno spazio diverso, secondo la grandezza e, quando si sbagliava, erano dolori perché le lettere non combaciavano più. Questo sistema, però, permetteva una scrittura molto armoniosa.

La rivoluzione della macchina da scrivere arrivò a metà anni ottanta: una Olivetti che memorizzava una riga prima di battere il testo sulla carta, e permetteva quindi una correzione più facile. Una vera rivoluzione che guardavamo con meraviglia non immaginando quello che sarebbe arrivato dopo.


Per la comunicazione dei dati arrivò la telescrivente o telex  una macchina che inviava informazioni via telefono. Ma non copiava nulla per cui bisognava scrivere tutto quello che si doveva mandare. Per velocizzare l’invio, e pagare quindi meno telefono, fu inventata una striscia che, man mano si scriveva il testo (non in diretta) veniva forata dai tasti del telex. Poi, durante la trasmissione, si inseriva la striscia e la macchina leggeva lo scritto che arrivava così molto velocemente in tutte le parti dei paesi industrializzati.

sabato 14 aprile 2012

62. La buona cucina nelle case borghesi del dopoguerra


di Nicoletta Barbarito

 Entro in una qualsiasi libreria e trovo libri di cucina a iosa, occupano interi scaffali.  Accendo la TV e anche lì cuochi e cuoche a non finire. Apro una rivista dal parrucchiere, idem.
E a casa? Nei piccoli paesi e nelle città di provincia, più o meno ricche e informate, ancora si cucina due volte al giorno, spesso in modo tradizionale. Nelle grandi città ho, invece, i miei dubbi. Le donne, lavorando fuori, hanno meno voglia e tempo di cucinare e i mariti, se e quando le sostituiscono ai fornelli,  a meno che non siano dei  fanatici gourmets -  e ce ne sono -   cucinano quanto basta per sopravvivere;  i piatti pronti da banco spopolano (nonostante i prezzi) e i giovani affollano di sera i punti di ristoro nutrendosi di roba unta, pizze e crostini.  Nei ristoranti, varietà di cibo di tutti i paesi,  sapori e terminologia sono ormai familiari: anche i bambini sanno cos’è il sushi. Vale la pena saperlo anche preparare?
Nei miei ricordi da subito dopo la guerra fino agli anni Cinquanta,  la cucina, anzi la buona cucina, nelle famiglie romane medio-borghesi,  è un elemento fisso, curato ma  senza particolari fronzoli,  la cui varietà e quotidiano successo sono dati per scontato. Far da cucina avendo mano svelta, naso fino e occhio attento non dava diritto a medaglie: roba da donne, la sapevano fare, la facevano e basta. La geografia era fattore discriminante, la cucina essendo  allora essenzialmente locale.  Cose oggi banali a livello nazionale, per  esempio il pesto o la pasta alla carbonara, erano praticamente sconosciute al di fuori del  loro luogo d’origine.
A casa mia, dove i fornelli erano di competenza della mia nonna materna,  golosa nonché ricca di fantasia,  erano tenuti in alta considerazione “Il Talismano della felicità” e “La Cucina romana”, entrambi opera di Ada Boni. Mia nonna si vantava di aver conosciuto l’autrice proprio  nella sua bella  abitazione all’ultimo piano di Palazzo Odescalchi, e  la citava con grandissima stima. In realtà quei due libri di ricette venivano ammirati più che usati da mia nonna (mia madre, invece, ne fece poi costante e devoto uso).  Mia nonna faceva tutto ad occhio e a memoria, conosceva un vasto numero di ricette, soprattutto  emiliane, che di divertiva anche a trasformare.