lunedì 26 ottobre 2009

21. Come stiravano le nostre nonne


La signora Armentina, piena di ricordi, ci racconta come si stirava una volta, quando l’elettricità non c’era ancora, dandomi così l’opportunità di mettere questa bella foto, presa dalla raccolta di ferri da stiro antichi di Pasquale Veleno.


Il primo ferro da stiro che ho avuto (anni ’40) era quello pesante che si metteva direttamente sulla stufa. La piastra si riscaldava e io potevo stirare il tempo che durava questo calore, ovvero pochissimo. Insomma per dare una piega ai capi ci voleva davvero tanto tempo. Ve le ricordate le stufe di una volta fatte a cerchioni concentrici i quali si toglievano uno ad uno, a seconda della grandezza della pentola da mettere? Ebbene, quella era la stufa su cui io poggiavo il ferro da stiro. Nelle sartorie, dove il ferro era attaccato tutta la giornata si è sempre preferito impiegare questo tipo fino all’avvento dell’elettricità, infatti, si rischiavano meno bruciature ed era più pulito.
Successivamente ho utilizzato quello dove si mettevano le braci direttamene dentro al ferro. Quello per intenderci che, come cimelio, si trova ancora in tante case. Era tutto nero e aveva l’apertura in alto che permetteva di riempirlo di braci ardenti. Questo ferro aveva un’autonomia più grande rispetto a quello di prima. Nelle famiglie ricche la brace veniva sostituita dal carbone.
Per poter stirare agevolmente dovevo spruzzare la stoffa con dell’acqua. La bruciatura era assicurata se non si aveva l’accortezza di mettere uno straccio tra la stoffa e il ferro. Le stoffe sintetiche fino agli anni ’50 non erano ancora arrivate nelle nostre case per cui i capi da stirare erano prevalentemente in canapa, lino o lana. Mentre i soliti ricchi possedevano nel loro guardaroba anche indumenti in cotone e seta. Per inamidare i colli delle camicie, facevo bollire le bucce di patate in una pentola e, dopo, ve li immergevo.
Nelle famiglie dove non c’era servitù, lenzuola, asciugamani e vestiario intimo non venivano mai stirati, avevamo altro da fare!
Per cui, quando alla fine degli anni ’50 mi sono trovata fra le mani il primo ferro da stiro elettrico è stata una vera liberazione. Sono stata una delle prime a comperare quello a vapore che avevo adoperato nella sartoria dove lavoravo!
Non c’è dubbio che l’emancipazione della donna è passata anche attraverso la liberazione delle corvée domestiche.
Armentina Bonini, tutti i diritti riservati

lunedì 12 ottobre 2009

20. Quando da Genova, Napoli e Messina imbarcavamo le "spose per procura" fino in Australia


(foto anni '50, il giovane ufficiale di marina Pietro Ciufici in divisa invernale)
di Pietro CiuficiNato a Ortona, porto abruzzese che si affaccia sull’Adriatico, il mare è sempre stato il mio universo, la mia meta, il mio approdo.
Sapevo fin dalla più tenera età che da grande avrei fatto il marinaio. Dopo le medie, infatti, mi sono iscritto all’Istituto nautico e, successivamente, con il mio bel diploma in tasca mi sono imbarcato come giovane ufficiale di marina.

Era l’anno 1954 e, da allora, e per tredici anni ho circumnavigato il mondo approdando con le navi nei porti più importanti del globo terrestre: dall’Alaska all’America del Sud, dalla Cina all’Australia; dove ci portava il vento del commercio.
I ricordi di quegli anni gloriosi sono tanti. Tra i primi a venirmi in mente ci sono i viaggi con navi passeggeri verso l’Australia, dove portavamo anche le numerose “spose per procura”.
L’Italia di allora era poverissima, non erano ancora state cancellate tutte le tracce lasciate dalla guerra e spesso mancava perfino il minimo per campare. Ecco perché molti italiani partirono per l’Australia dove il lavoro abbondava e dove solo lo zappatore della terra era capace di adattarsi ad un clima terribile in luoghi isolati, abitati da piccolissimi nuclei di famiglie. Gli emigrati erano stati chiamati per lavorare soprattutto la canna da zucchero nel Nuovo Galles. Le destinazioni principali erano Freemantle, Adelaide, Melbourne, Sydney o Brisbane.
Questi uomini si trovarono di fronte ad un serio handicap; sul posto trovarono pochissime donne per cui, realizzata una discreta sicurezza economica, si affidarono ad agenzie matrimoniali o a parenti per far giungere in Australia delle giovani povere disposte a sposarli per procura.

Un anno, sulla turbonave della flotta Lauro, imbarcammo più di trecento di queste giovani raccolte nei porti di Genova, Napoli, Messina e Malta. Donne che avevano in tasca pure un biglietto di ritorno nel caso la persona sposata non fosse all’altezza delle loro aspettative. Ma anche se talvolta trovarono al loro arrivo degli uomini rozzi, vere facce da galera, e non così ricchi come immaginavano, molte accettarono comunque questo matrimonio per non deludere la propria famiglia e creare problemi al paese. Altre, più coraggiose, tornarono invece in dietro. Ma anche tanti di questi matrimoni combinati, bisogna dirlo, andarono a lieto fino.

Il personale della nave era in maggioranza maschile e appena arrivavamo nei porti di imbarco, dopo aver fatto tutte le manovre, ci mettevamo sul ponte ad osservare l’arrivo delle ragazze.
Nicola l’ufficiale in seconda mi dava gomitate «Oh Gesù, guarda quella biondona, ma come s’è conciata? dove va? si vede a tre chilometri il mestiere che fa, le manca solo la borsetta da far girare, che dici, lo sposo sarà contento?». E giù risate… «Hei, la moretta dietro, niente male, che gambe!». «Ma tu guarda la miseria che ti fa fare!» . Insomma l’arrivo sulla nave di questa umanità era il momento più spassoso di tutta la traversata perché cercavamo di capire i sentimenti e gli intenti di queste “signorine” diventate signore all’improvviso, che salivano sulla nave con indecisione, titubanza, gli occhi pieni di lacrime, sapendo di partire davvero per l’ignoto. C’erano ragazze sprovvedute, ma anche donne navigate che avevano fatto il marciapiede fino ad allora e l’Australia era la loro unica possibilità di rifarsi una vita dignitosa.
Noi prendevamo il meglio che ci veniva offerto. Ognuno aveva una tecnica collaudata per attirare l’attenzione e venire in contatto con le ragazze adocchiate.

Infatti, per far passare il tempo a bordo, durante questa traversata che durava ben 31 giorni, si organizzavano feste: il capitano, napoletano verace, per prenderci in giro ci diceva: «Guagliù facite è bbrava che appriesso a l’Equatore v’a prometto a festa ‘re banane!»
Avevo 24 anni, ero bello, simpatico, e con la mia bianca divisa da ufficiale facevo girar la testa a più d’una. Insomma uno sciupafemmine e, quella volta lì, ero talmente indaffarato con il gentil sesso che alla fine mi venne l’esaurimento nervoso poiché non dormii per alcuni mesi! Perfino il turno di guardia la ragazza conquistata lo faceva con me. Non avevo tregua. Che tempi!
Infatti, inizialmente timide, queste donne, dopo pochi giorni, sentendosi infine libere dalla tutela dei loro parenti, non più giudicate dai paesani, esplodevano e non avevano più remore a lasciarsi andare con il personale di bordo.

Il problema per tutti noi arrivava quando giungevamo in Australia. Molte si erano innamorate e non volevano distaccarsi dai loro marinai. Ma la legge a bordo era inflessibile, SCENDERE, e come si dice a Napoli, “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato”. A queste donne non restava che sperare di aver trovato, in terra d’Australia, un marito all’altezza delle loro aspettative.


Testimonianza raccolta da Barara Bertolini - ©2014 Tutti i diritti riservati

domenica 4 ottobre 2009

19. LA NAVE DELL’EMIGRAZIONE…. TRA ITALIA E CANADA, che accoglienza!


di Josée Di Tomaso, Montréal

I milioni di emigrati che hanno attraversato l’oceano per approdare nel Nuovo mondo l’hanno sempre fatto in nave fino all’avvento del trasporto aereo di massa, ovvero la fine degli anni 1960. Quindi, sulla rotta Europa-America non si può parlare di navi senza parlare di emigrazione (o viceversa).

In quegli anni gli emigranti italiani che volevano venire in Canada, arrivarono in America via nave approdando prima al porto di Ellis Island (Nova York- USA), proseguendo poi per il porto canadese di Halifax (nella provincia nominata Nouvelle Écosse in francese e Nova Scotia in inglese), attraccando la nave al mitico molo Pier 21. Ma per arrivare a destinazione, che per molti italiani era quasi sempre Montreal, nella provincia di Québec, si doveva prendere il treno e viaggiare ancora per circa 1000 km. Il percorso era lungo e faticoso avendo numerosi bagagli da trasportare ma, soprattutto, era difficile capire, in una lingua nuova, le indicazioni per raggiungere la meta.

Già dall’inizio del Novecento i miei bisnonni, i miei nonni e infine mio padre sono arrivati in Canada con la nave. Ci si metteva allora alcune settimane per raggiungere la costa del continente americano. Era un viaggio lunghissimo e noioso. Una delle poche attività che si poteva fare sulla nave era salire sul ponte ed ammirare il cielo – il cielo e il mare era tutto ciò che si vedeva all’infinito. I giorni erano tutti simili e interminabili. E quando il mare si scatenava alcuni passeggeri erano malati e a volte non erano nemmeno in grado di alzarsi dal letto per tutto il periodo del viaggio, e era così fino all’accostamento.

Negli anni 1940 e ‘50, in Canada arrivarono moltissimi emigrati, talvolta anche in gruppi. Nella mia memoria c’è l’arrivo con la nave di vari cugini e zii partiti da Casacalenda (Molise), in particolare quello dello zio di mio padre, una domenica d’estate. Questo zio fece un’eccezione alla regola poiché, mentre tutti ci preparavamo per andarlo ad accogliere al porto di Montreal, lui arrivò sotto casa in taxi. Cosa era successo? Semplicemente la nave aveva messo meno tempo di quello previsto. Infatti, durante la bella stagione, le navi possono arrivare fino a Montreal perché il ghiaccio che avvolge tutta la costa e l’entroterra canadesi, si scioglie e il fiume San Lorenzo, grande come un mare, diventa navigabile.
Tre anni dopo, anche la famiglia di mio zio venne direttamente a Montreal con la nave chiamata Camberra.

Rivedo ancora nella memoria l’accoglienza di questo zio: c’era mia nonna, i miei zii, le mie zie che lo aspettavano. Lo rivedo scendere dal taxi perché eravamo tutti sul balcone di casa, in attesa di partire per il porto.
I miei genitori l’hanno accolto con rispetto. Mia madre aveva preparato dei dolci e tutti insiemi abbiamo fatto la conoscenza di questo Zio Padre. Lui ha raccontato del suo viaggio, che era andato abbastanza bene.
L’indomani con i miei genitori siamo andati al porto per vedere il “bastimento” come lo chiamava mia madre. Perché spesso queste navi portavano anche della merce dall’Italia insieme ai passeggeri ed era possibile visitarla. Questo mastodonte gigante che galleggiava nell’acqua mi ha fatto un’impressione prodigiosa.

Il sabato seguente, mia madre aveva organizzato une festa. Aveva cucinato e preparato dolci e aveva invitato tutti a casa. La nonna, le zie, i zii, i cugini, le cugine, i loro figli ma anche alcuni amici che sono arrivati per venire a salutare Zio Padre.

Così, egli ha abitato con noi per un certo periodo e spesso aveva visite. Poi ha trovato un lavoro, e, dopo aver affittato una casa, ha infine potuto far venire la moglie e i figli dall’Italia.

Ci sono stati anche molti cugini arrivati con la nave e tutti accolti ed ospitati a casa mia in attesa di una sistemazione.

Erano tempi di grande disponibilità ed affabilità. I miei genitori hanno dimostrato molto altruismo. Era un periodo di gioia, di riunioni familiari allegri, di calore umano, erano dei momenti indelebili che non si possono cancellare dalla nostra memoria – una bella storia d’amore tra l’Italia e il Canada, un periodo storico che non tornerà mai più – che resterà per sempre...

mercoledì 30 settembre 2009

18. Fonti di calore nel passato


di Mariolina Perpetua

(foto: antico camino di Incoronata Piunno)


Il camino
La fonte di calore, in casa, era il camino, sistemato nella cucina, centro di vita della famiglia. Oltre ad emanare calore nella cucina stessa, dava la possibilità di riscaldare altri ambienti, raccoglieva attorno a sé la famiglia, provvedeva a cuocere i cibi. La fiamma crepitante era la gioia di adulti e piccoli. In realtà la cucina era l’ambiente di tutti: per i più grandi che assolvevano ai loro impegni: cucinare, stirare, sferruzzare, recitare sommessamente la corona del rosario; per i più piccoli che accudivano ai loro compiti o si dedicavano ai giochi. Ricordo che in quasi tutte le stagioni dell’anno il camino rimaneva acceso.
Alla grossa catena che scendeva dalla canna fumaria si appendeva il “caldaio” (paiolo), che permetteva di avere acqua sempre calda e consentiva la cottura di verdure (“le foglie” e pasta (anche “sagne” fatte in casa), nonché la preparazione della polenta, alimento base della popolazione, fino a poco tempo fa, nei paesi ad economia agricola-pastorale. – Lascio immaginare cosa accadeva, ed accadeva, se, per la fretta, non si agganciava bene il caldaio alla catena ed il contenuto si rovesciava sul fuoco. - Recipienti di terracotta, in genere le “pignatte”, erano utilizzati per la cottura di legumi, mentre tegami bassi e larghi erano utili per la cottura di carni e per la preparazione di sughi.
La pignatta era accostata alla fiamma o alla brace - una pignatta di fagioli era “un classico” nel camino di ogni casa -, le altre pentole erano sistemate su “treppiedi” di ferro sotto cui si disponeva la brace. Le “graticole” servivano per gli arrosti di carne e di pesce.
Un gusto ed un sapore particolare assumevano i cibi cotti “sotto la coppa”, ovvero in ruoti di stagno o di rame, internamente battuti in stagno, chiusi da un coperchio su cui veniva sistemata la brace. Buonissime le “patate sotto la brace”. Sotto la brace, mia nonna era solita preparare focaccine o panettoncini di un uovo, dal “gusto particolarissimo”, ma “speciale”, come poteva essere un dolce per una bambina del primissimo dopoguerra, quando non si trovava niente o quasi niente.
Nel panierino dell’asilo era custodito il sapore di casa, delle cose care, della dolcezza e dell’impegno della nonna, che ce la metteva tutta per accontentarmi e rendermi più gradite le ore di permanenza fuori casa.
La mattina non era insolito sentire il borbottio delle “cuccume”, dove bolliva l’acqua per l’orzo o per il the, mentre si riscaldava il latte, ed il gorgoglio del caffè preparato nella “macchinetta alla napoletana”.
Nelle sere d’inverno, spesso, capitava di consumare, per cena, latte e the, secondo un uso nordico, divenuto consuetudine anche nella famiglia di mio padre che era vissuta a lungo nel Nord-Est d’Italia. E quando arrivava “zi’ Paulill’, perché il tepore del camino conciliava il sonno, si partiva per il “teatro Bianchini tra coperte e cuscini”, intiepiditi durante l’inverno, per attenuare il senso di freddo e di umidità che inevitabilmente si percepiva sotto le coperte, nonostante pesanti camicie da notte o pigiami.
Il focolare era adibito, dunque, a molti usi. La brace, infatti, sistemata in scaldini veniva infilata nel letto, con un apposito “attrezzo”: il monaco”, che serviva a tenere lontano le coperte dal fuoco. Messa in “bracieri”, riscaldava le altre stanze e nella stagione fredda gli stessi bracieri, sormontati da una “campana” in doghe di legno assai flessibili, si trasformavano in “asciugatrici”. Anche la cenere aveva la sua utilità. Infatti, grazie al suo contenuto di carbonato sodico e potassico, sali che un tempo si estraevano in larga scala proprio dalla cenere dei vegetali, era usata per fare il bucato.

Il forno
Per il pane, che si faceva in casa, ci si serviva del forno, generalmente sistemato accanto al camino. Il forno dei miei ricordi non era diverso dai molti che ancora oggi si vedono nelle case di campagna: “edificio a volta con apertura semicircolare nel quale va cotto il pane, dopo averlo riscaldato” (Zanichelli). Come per accendere il fuoco nel camino, anche per preparare il forno e capire la temperatura giusta per una buona cottura del pane, l’esperienza era preziosa. Il calore del forno, dopo “l’infornata” del pane, serviva anche a cuocere cibi, in particolare pizze al pomodoro preparate con la stessa pasta del pane, e dolci.
La fornacella
Nella buona stagione, in estate soprattutto, che, tra l’altro, al mio paese non durava molto, era utilizzata “la fornacella”, costruzione solida, in muratura, ricoperta da piastrelle di ceramica azzurra e gialla, a due sportelli che davano l’accesso a piccole “camere” per l’accensione dei carboni. Sul ripiano, due bocche coperte da cerchi concentrici di ferro, che venivano tolti e aggiunti a seconda della grandezza delle pentole. Non era raro accendere contemporaneamente camino e fornacella per accelerare i tempi di preparazione del pranzo e della cena.

17. Fonti di calore nei tempi passati - 2 -




Riscaldamento e scuola di Mariolina Perpetua

Come le abitazioni, anche le aule scolastiche erano molto fredde. L’intervento del Comune in fatto di fornitura di legna da ardere in piccole stufe di terracotta o di ghisa di cui erano dotate le scuole, era sempre insufficiente; per questo ogni alunno doveva portare un piccolo fardello di legna da ardere. Per me era facile rifornirmi in casa, ma per i miei compagni la situazione era un po’ diversa, essendo il paese molto povero. Infatti essi “facevano la legna”, quando portavano al pascolo “gli animali”, stando ben accorti a non entrare nelle proprietà private.

 
Per concludere, dopo gli anni ’50, una “cucina economica”, a legna, emanava un dolce tepore nella “cucina” della casa dove ho trascorso la mia infanzia. Con la canna fumaria si riscaldavano anche le freddissime camere da letto del secondo piano. La cucina economica sostituiva in pieno il camino e la fornacella. Intorno agli anni ’60 sulla fornacella fu deposto un fornello a gas a tre fuochi. Poco dopo la “fornacella” fu abbattuta e sostituita da un bel mobile bianco, nuovo, in ferro smaltato. Eravamo entrati in un’altra era, anche la mia famiglia si convertiva alla “tecnologia”.

sabato 12 settembre 2009

16. Quelle nostre estati degli anni '50


di Rita Frattolillo
(nella foto famiglia Frattolillo al mare, anno 1949)
Quest’estate in via di archiviazione mi sta regalando più di un pomeriggio vuoto che fa camminare più veloci certi pensieri.
Ogni tanto passa una voce registrata che reclamizza le griffe scontate nelle boutique del centro.
Sto al mare e, attraverso gli occhiali scuri, oltre le palme che ondeggiano e le file di ombrelloni azzurri, ne scorgo la superficie increspata dal vento di terra che soffia con forza.
Certi giorni lo sento particolarmente estraneo, questo Adriatico apparentemente calmo e gestibile, in realtà dall’umore variabile e un po’ traditore. Niente a che vedere con il “mio” Tirreno, quello della mia infanzia, delle favolose “villeggiature”, come le chiamavamo una volta.
Il Tirreno è un mare aperto, impetuoso, lo vedi subito come sarà la tua giornata. Quasi mai piatto come una tavola, ma cavalloni a volontà, in cui tuffarsi intrepidi e da cui emergere grondanti e storditi, ma pronti agli schiaffi fragorosi della prossima, furiosa ondata!
Sarà l’avanzare dell’età, ma sempre più spesso la mente scivola verso l’Amarcord, a quando noi bambine non stavamo più nella pelle, divorate da un’ansia crescente con l’avvicinarsi del giorno fatidico della partenza.

In realtà i miei genitori, una volta chiusi gli impegni scolastici, programmavano l’estate tra collina (“alle bambine così inappetenti l’aria farà bene e le rimetterà in carne”) e mare.
Ma per me e mia sorella Angela, di due anni più grande, il pensiero fisso erano quei giorni mitici che avremmo passato immerse nell’abbraccio liquido del mare. Per noi l’anno, tolto Natale e la Befana, si divideva in un prima e un dopo. Prima, erano settimane effervescenti, proiettate sulle nostre imprese future; dopo, una volta tornate a casa, riempivamo le nostre serate con i racconti esaltanti dei momenti vissuti, che si diradavano per poi scomparire, di pari passo con la nostra tintarella. Sta di fatto che dei nostri soggiorni collinari mi torna solo qualche frammento sfocato: la grande villa dall’orto incolto, in cui convivevano confusamente alberi da frutta, vegetazione spontanea, fiori. Villa e orto, alle porte del paese, Caserta Vecchia, erano teatro delle nostre bravate: l’orto un bosco dove nascondersi, e le stanze, infilate l’una nell’altra, un labirinto dove le voci rimbalzavano prima di affondare nell’imbottitura dei divani. Lì andavamo a caccia di attrezzi da adattare per il prossimo gioco, incuranti dello sguardo severo che ci indirizzavano i personaggi ritratti alle pareti. Ricordo le ricottine nel cestino intrecciato che la contadina ci consegnava la mattina; e i concerti serali all’aperto, nella piazza del borgo medievale dominata da un torrione grigio e imponente nel mio ricordo…

Ma per Angela e me, Caserta Vecchia era una tappa obbligata per poter accedere al nostro paradiso, pur se, la nascita, a distanza ravvicinata, delle altre due sorelle, ci impedì per più di un’estate di proseguire fino alla nostra “vera” meta estiva.
Niente tuffi, niente lotte con i cavalloni, allora, ma solo giochi nel giardino incantato della villa, e i concerti, ai quali regolarmente mi addormentavo, spossata dal troppo correre e saltare.
Un mese era lungo da passare, e i giocattoli scarseggiavano, così bisognava aguzzare l’ingegno e mettere a punto nuovi giochi, che chiamavano a raccolta anche le bimbette del vicinato. Quelli più scatenati li facevamo di pomeriggio, quando potevamo finalmente sfuggire alla sorveglianza dei miei genitori, che, sopraffatti dalla cura di ben quattro mocciose, si concedevano la meritata pennichella .

Non è che mancassero i momenti di tregua; uno era colmato dal cinema…fatto in casa. Credo che molti miei coetanei sappiano di che parlo: dopo aver incollato pagina a pagina un fumetto (di quelli a striscia stretta e lunga), avvolgevamo le due estremità a delle cannucce. Uno scatolo di scarpe dal fondo accuratamente ritagliato quel tanto che bastava, faceva da cornice alla “pellicola”, che girava manovrata da me o da mia sorella, mentre le piccole spettatrici, sedute in circolo per terra, seguivano la contrastata (lo è sempre) storia d’amore tra un principe indiano ( di cui non ricordo il nome, ma l’esclamazione “Per la Trimurti!”) e la bella maharani.
Dopo varie puntate a Sorrento e dintorni, la preferenza cadde, per via delle Terme, su Castellammare di Stabia, l’antica città offesa, con Pompei ed Ercolano, dalla furia devastatrice del Vesuvio nel 79 d. C.

Sono nata nel 1945, e, per quel che ricordo, posso dire che, finita la guerra e preso atto della drammatica realtà, la gente si rimboccò le maniche e si industriò per raggranellare qualche soldo.
A Castellammare fervevano le attività e piccoli commerci; il monte Faito (“Faggeto”) elargiva da sempre tante varietà di acque che avevano reso famose e frequentate le Terme, sbocco occupazionale “naturale” degli stabiani; poi c’erano i cantieri navali, il cementificio di Pozzano, di cui ricordo ancora lo stridio durante la macinazione, che sputava nell’aria un finissimo velo di polvere bianca che si attaccava tenace ovunque .
Chi non aveva lavoro, se lo inventava, mettendo a frutto la propria competenza, o, in alternativa, subaffittando la propria abitazione ai villeggianti.
In tutto il centro città un solo albergo, il Montil, più tardi dotato anche di cinema (un vero lusso!), inavvicinabile per stipendi di insegnanti statali…
Così, alloggiavamo in un appartamento dove la padrona o chi per essa – erano i patti – passava ogni mattina a preparare la colazione e riordinare.

Una volta scesi dal treno, si proseguiva fino alla destinazione in carrozzella, armi e bagagli. Niente autobus, e macchine rare come mosche bianche. Al trotto, con lo schiocco della frusta nelle orecchie, costeggiavamo buon tratto di lungomare, abbagliate dal pittoresco display che ci si apriva davanti. Alla nostra sinistra scorrevano le facciate degli alti condomini; sbiadite e scalcinate che fossero, la nostra gioia era tale che tutto ci sembrava bello e unico. A destra il respiro del mare scintillante al sole. L’animazione della città con le sue mille facce ci veniva incontro. Gente sciamava dai sopportici invadendo un groviglio di vicoli colorati e affollati come suk in un flusso perpetuo. Ambulanti spingevano carretti carichi di costumi da bagno americani (usati?) a buon mercato; qualcuno strillava « E’ m’lùun’é fuòok’ » davanti ad una enorme piramide di cocomeri dalla scorza scurissima; donnone sedute comodamente davanti alle porte aperte dei bassi pulivano verdure da vendere; un altro friggeva crocchette (é panzaròtt’); più avanti, alla Fonte acqua della Madonna (con cui impastavano i biscotti a forma di grissino di cui andavamo ghiotte) scugnizzi scalzi, destreggiandosi sulle chiare mattonelle scivolose, riempivano fiaschi e brocche in cambio di qualche moneta; pescatori, appoggiati alle barche tirate sull’arenile, rammendavano le reti.
Tra una piega di lenzuolo o mentre l’orzo (meglio dire “cioféka”, dal momento che la stessa miscela veniva riciclata senza pietà) sgocciolava nella napoletana, Carmela, figlia adolescente della padrona di casa, a cui un fisico assai lontano dalle pin up e baffi già da corsara non impedivano di passare da un Catello all’altro (Catello sta a Castellammare come Gennaro sta a Napoli), Carmela, dicevo, trovava il tempo di aggiornarci sui suoi spasimanti, intercalando i particolari succulenti con «Mamm’ ro’ Càrm’n’!» esclamazione che le fece guadagnare il soprannome che le appioppammo.
Aiutandola nelle faccende, seguivamo trasognate le sue affabulazioni e le sue evoluzioni da una camera all’altra, poi, di corsa alla villa comunale, trascinando le piccole Rosa e Maria, che ci trotterellavano dietro a fatica. In villa troneggiava l’artistica Cassa armonica, che, con la sua orchestra, la sera attirava soprattutto dame tintinnanti di gioielli che si sventagliavano placidamente.
Dalla villa comunale si scendeva ai Bagni.

I Lidi degli anni ’50 avevano poco in comune con quelli a cui ci siamo abituati in seguito. Niente bar, piscine, trampolini o campi da minigolf, come al Kursaal di Ostia, che frequentammo dopo il nostro trasferimento a Roma. Niente acqua-gym, animatori e balli all’ombra dei gazebo. Allora, solo l’indispensabile, ma per noi era l’eden, anche se nello stile un po’ descamisado della fauna più o meno ruspante che ritagliava il territorio. Piccole come eravamo, respiravamo la vita senza mediazioni né filtri, svincolate da qualsivoglia cronologia, e tuttavia percepivo il fermento forte che si respirava dopo la proclamazione della Repubblica. A Castellammare il clima politico era caliente con tendenza al rosso acceso, si cercava lo scontro e si veniva facilmente alle mani.
I miei andavano presto alle Terme per poterci raggiungere ai Bagni Elena. Capitò un giorno che mentre mio padre leggeva il suo giornale sotto l’ombrellone, venne provocato da un vicino che, dopo aver sogguardato con intenzione il quotidiano, se ne uscì con un commento offensivo su tale on. democristiano. Mio padre, che non era tipo da passarci sopra e ha sempre difeso i propri convincimenti, rispose a tono dando la stura ad un alterco che sarebbe diventato violento senza l’intervento pacificatore delle rispettive mogli.

Fortunatamente bastava un tuffo per sciogliere ogni apprensione, e le giornate, scandite dall’urlo prolungato della sirena dei cantieri, passavano sempre troppo in fretta, a colpi di sfide acquatiche lanciate dai giovanissimi - ma già navigati - stabiani, a cui non sfuggivano i … visi pallidi.
In verità Angela, biondissima e riccioluta, attirava invariabilmente uno stuolo di piccoli ammiratori, che cercavano di impressionarla con mille acrobazie. Uno, in particolare, biondo, occhi smeraldini che spiccavano nella tintarella, si era promosso nostro paladino, bandendo senza cerimonie la ciurma dei…molestatori.
Poteva far comodo: uno dei primi costumi di cui ho memoria - ebbe vita breve ma è stato immortalato in una foto - era uno slip di cotone stampato a barchette che, una volta inzuppato, tendeva a calare, sicché lo dovevo trattenere mentre cercavo di tenermi a galla in un’acqua subito alta. Fu prontamente sostituito, anche perché la mia disperata manovra non era sfuggita ad una banda di scugnizzi che, guizzando sott’acqua, facevano accrescere la mia ansia. Sostituito con uno intero, di taffeta verde, di quelli con la pattina, come era la moda. Più tardi, compariranno i costumi da bagno di…lana. Il mio era blu e fece la fine di quello a barchette, e per lo stesso motivo.
In seguito, diminuì il numero dei giovani che, avendo ceduto il letto ai villeggianti, la mattina si trascinavano con l’asciugamano fino all’ombra di una cabina, per poter finalmente dormire, dopo l’ennesima nottata passata in bianco allungati sul balcone di casa. Fecero la loro apparizione gli abbronzanti (ricordate la bimba del cartellone Coppertone?), e le rotonde con il jukebox. Grande fu il nostro stupore davanti alle coppiette che verso l’imbrunire si muovevano strette su una musica lenta. Da allora, la musica inondò l’aria, facendo da colonna sonora alle nostre esistenze.

Una delle ultime volte a Castellammare, la nostra padrona di casa sfoggiava per orecchini delle monete d’oro che trovai di dubbio gusto, ma che erano indizio certo di un raggiunto benessere.
Di lì a poco sarebbe esploso il boom economico; si profilava la mutazione genetica, la trasformazione irreversibile di cui continuiamo ad essere comparse e testimoni impotenti. Anche la terminologia, come tutto il resto, si rinnovava, e la parola “villeggiatura”, dopo decenni di onorato servizio, cedeva davanti ai rampanti “vacanza” e “ferie”, chiaro segnale di un diverso stile di vita.

venerdì 11 settembre 2009

15. Le mie vacanze in Libia negli anni '60


di Maria Genta


Durante le vacanze estive, andavo a passare un paio di mesi in una fattoria in campagna, in un paese a circa 40 km da Tripoli, presso una famiglia di amici. La casa era composta da tre stanze: la cucina, centrale, e due camere da letto a lato. Il bagno non esisteva: c'era un capanno scoperto poco distante da casa. In cucina c'era un bel focolare a legna, dove la madre della mia amica preparava i pasti. All'esterno c'era un grande forno dove veniva cotto il pane una volta alla settimana: una parte dell'impasto veniva messo da parte per diventare lievito per l'infornata seguente.
Di bello c'era una vastissima vasca di cemento per raccogliere l'acqua del pozzo, che serviva poi per l'irrigazione: quella era la nostra piscina.
Il papà della mia amica era potatore e la casa era in mezzo a distese di alberi di mandorle, di arance e mandarini. Il periodo della fioritura era sicuramente lo spettacolo più bello, per non parlare del profumo intenso dei fiori d'arancio !

sabato 25 luglio 2009

14. Com'erano diversi i ruoli tra uomo e donna prima degli anni '60


di Incoronata Piunno
Quando io ero bambina, nelle famiglie, fra uomini e donne, vigeva una netta divisione di ruoli e compiti. Nella mia era evidente anche un’altra differenza: gli uomini erano di fede socialista, anticlericali e “mangiapreti”; le donne invece trascorrevano la loro esistenza tra casa e chiesa, cucito e ricamo, preghiere e rosari.
Il pane si faceva in casa e il suo profumo la inondava spesso. Tutti i lavori domestici avvenivano la mattina, fin dalle prime ore dell’alba perché il pomeriggio bisognava sedersi a cucire, rammendare e ricamare. Noi bambine dovevamo imparare queste arti, ma soprattutto avevamo il compito di tenere i grani del Rosario mentre le mani di mia nonna, mia madre e mia zia erano impegnate con ago e filo.
Nei lunghi pomeriggi estivi, mentre filtrava la luce dalle persiane socchiuse e già sentivo le mie amichette che organizzavano i loro giochi in strada, la lunghezza di quel ripetere: «Ave Maria…», mi sembrava veramente interminabile. Lucia, la mia cuginetta, mi faceva cenno di accelerare, ma lo sguardo severo di mamma mi faceva desistere. Così, tra preghiere e discussioni sui diritti dei lavoratori e rivendicazioni sociali, sono cresciuta.
Per un periodo ho creduto che fossero incompatibili. Ora non lo penso più.

lunedì 15 giugno 2009

13. Nel mio paese il banditore medioevale ha “strillato” nelle piazze gli eventi e l’arrivo dei vari mercanti fino alla metà degli anni ‘70


di Anna Maria Cenname

Il banditore durante il medioevo rendeva pubbliche le ordinanze delle autorità ai cittadini. Con il passare del tempo questa figura assunse una duplice valenza: se da un canto informava il popolo su quelle che erano le leggi da rispettare dall’altro propagandava le attività commerciali (antesignana delle attuali forme pubblicitarie).
Ricordo ancora il banditore del mio paese, Castelmauro, che al mattino annunciava, dopo uno squillo della sua trombetta, l’arrivo al mercatino coperto del paese del pescivendolo, del fruttivendolo, dell’arrotino o del venditore di vestiti.
Tommaso era un uomo smilzo, stempiato, ipovedente, e nonostante la cecità si muoveva autonomamente; conosceva tutte le insidie e i pericoli del suo percorso giornaliero. In paese lo chiamavano affettuosamente Tommasino lu banditaure. La sua maestria stava non solo nel modulare il tono di voce, ma anche nello scegliere il crocevia dove il richiamo, forte e chiaro, si propagava in modo uniforme così da non affaticare troppo le sue corde vocali.
Il compenso a volte consisteva in una sorte di baratto; il banditore esercitava la sua arte e il venditore lo pagava con la sua merce. Tommasino non è mai andato in pensione, ha continuato a dare voce alla sua trombetta fino agli ultimi giorni della sua vita intorno alla metà degli anni settanta.

lunedì 8 giugno 2009

12. Avete mai dormito su un materasso imbottito di foglie di granone?


di Lucia D’Alessandro
Una mattina incontro la mia amica Licia che non vedevo da parecchio tempo, mi chiede cosa faccio, come me la passo e intanto gli starnuti non mi danno il tempo di chiacchierare e di spiegare tutto quello che avrei voluto dirle; lei mi chiede se l'allergia è quella dei tempi passati e che ancora mi logora in questo periodo. Ebbene si, è sempre la stessa allergia alle graminacee, quella che ho beccato a Montorio nei Frentani tanti anni fa.
E la mia memoria va a quando, fresca di titolo di studio, sono stata inviata in quel paese vicino a Larino come “Istruttrice rurale". Il mio compito era quello di assistenza alle mogli e alle figlie dei contadini, sia a livello teorico che pratico per la campagna e la casa, ma soprattutto di dare un aiuto psicologico (parlo degli anni ‘60).
Vivevo a Campobasso e i collegamenti con Montorio erano pochi e difficoltosi: tante curve e strade bloccate per la neve d’inverno. Scelsi allora di non viaggiare e di prendere una camera in affitto in casa di nonna Marietta, una vecchietta che mi aveva preso in simpatia e mi colmava di attenzioni compatibilmente con le sue disponibilità. La mia stanza si trovava proprio sopra alla stalla della contadina e, per materasso, avevo quello imbottito di “fruscie di granone”, cioè la parte esterna del mais. Una tortura perché quando mi giravo nel letto, le foglie, strofinandosi, facevano molto rumore e mi svegliavano. Al mattino, per rifare il letto dovevo inserire le mani tra queste foglie, schiacciate dal mio corpo, per ridarle voluminosità.
Quasi tutti i contadini possedevano questo genere di materasso perché era molto più economico di quello di lana. Le pecore le allevavano, ma la preziosa lana che ne ricavavano serviva loro per realizzare vestiti e coperte e, quella che avanzava, la vendevano per poter racimolare qualche lira da destinare alle necessità più importanti. E io, intanto, ogni primavera, ricordo sempre il materasso di nonna Marietta!

domenica 7 giugno 2009

11. Come pungevano le maglie di lana di pecora!


di Mariolina Perpetua
Negli anni ’50 gli inverni furono lunghi e freddissimi. Nel ’54 e nel ’56 abbondantissime nevicate imbiancarono ripetutamente i paesi del Molise, impedendo la circolazione o rendendola difficoltosa. Cumuli di neve a lungo fiancheggiarono le strade, dopo il passaggio degli spazzaneve, lenti e pesanti. Il transito avveniva solo con catene e avventurarsi su uno spesso strato di ghiaccio fu consuetudine per molti giorni. Le precipitazioni furono tali che anche l’attività scolastica venne interrotta.
Il ricordo dell’infanzia è sempre dilatato, ma le nevicate di quegli anni sono proverbiali. Oggi, per le mutate condizioni atmosferiche, non si verifica niente di simile.

Ciò di cui vorrei parlare, però, non è tanto dell’inclemente stagione invernale, quanto del freddo che essa comportava e dei sistemi con cui si era soliti difendersi. La sensazione fastidiosa delle maglie di lana di pecora è ancora viva: la cardatura della lana, infatti, non era raffinata e le impurità diventavano, sulla pelle, piccolissimi aculei. La lana stessa con cui erano realizzate le maglie intime, le sottovesti e spesso anche le calze, era grezza. Solo ripetuti lavaggi rendevano quegli indumenti più sopportabili. Ogni cambio di maglia nuova, pulita, era una vera tragedia. Tuttavia, riuscivano allo scopo, quello di far fronte al freddo e all’umidità del mio paese Carpinone, sito in montagna (m. 657 l/m nel punto più basso - la stazione ferroviaria -) ed attraversato dal fiume Carpino.

La lana era lavorata nel mio stesso paese da un opificio a conduzione familiare, che provvedeva alla filatura della materia prima, alla cardatura, alla ritorcitura e alla confezionatura della lana appena tosata. La materia prima, sebbene in piccola percentuale, era fornita dagli stessi contadini che affiancavano al lavoro dei campi l’allevamento ovino. Risuonano ancora nelle orecchie il ticchettio della macchina e la spola che torna indietro. Qualche volta mi sono affacciata nel buio locale e ricordo di aver visto fusi di lana grigiastra, intrisa di olio. A lavoro concluso e prima della lavorazione, la lana, ridotta in matasse, veniva sciorinata al sole, dopo essere stata lavata e sbattuta sul greto del fiume.

Gli indumenti intimi erano, dunque questi, per tutti. Anzi, gli uomini indossavano lunghi mutandoni, sotto i pantaloni. Era facile, a quei tempi, vedere le donne sferruzzare sull’uscio di casa durante la buona stagione. Confezionavano gli indumenti di cui ho appena accennato, spesso disfacendoli per farne nuovi, adatti ai rampolli in crescita. La perizia era tale che le contadine, tornando dal lavoro dei campi, avevano tra le mani piccoli ferri, generalmente quattro, adatti soprattutto a realizzare calze; calze che duravano una vita, rattoppate, allungate, allargate.

Gli indumenti della mia famiglia, erano, invece, confezionati da brave magliaie. Solo negli anni di scuola media, potei indossare maglie di lana Borgosesia, sempre a manica lunga, rosa o beige, confortevoli, soffici, piacevoli al contatto della pelle. Piccoli aggiustamenti erano affidati a mia nonna, abbastanza capace di rifacimenti e rammendi. Col tempo, durante gli anni ’60, grazie anche al riscaldamento degli ambienti, gli indumenti divennero più leggeri, più eleganti e raffinati. Oggi, realizzati in tessuti sempre più nuovi e ricercati, non mancano di gusto e di raffinatezza.

lunedì 1 giugno 2009

10. Quando le sere d'inverno ci si riuniva nelle stalle...


Come si passavano, senza luce, le lunghe notti fredde e nebbiose nei paesini emiliani

di Barbara Bertolini

Tra i ricordi più gioiosi della mia infanzia vi sono le serate che trascorrevo nelle stalle insieme a tutto il vicinato: un mezzo, questo, per passare una sera al caldo e senza annoiarsi. Infatti, nel mio paesino medievale, non c’era energia elettrica e non poteva, quindi, esserci il riscaldamento.
Da novembre, quando la luce spariva sotto una fitta coltre di nebbia e la notte si faceva buia come la pece, davanti al camino, illuminati da una fioca luce proveniente da una lucerna, c’era ben poco da fare. E gli emiliani, gente allegra e socievole, avevano trovato un mezzo originale per trascorrere qualche ora in compagnia. Ci si riuniva nella stalla più grande della contrada. Ognuno portava la propria sedia e la propria lucerna. Gli uomini giocavano a carte, le donne chiacchieravano filando la lana, i giovani, sotto l’occhio vigile dei genitori, approfittavano di questa promiscuità per passare messaggi d’amore. Ma chi si divertiva di più eravamo noi bambini che, liberi come fringuelli saltavamo a perdifiato sul fieno, oppure ci rincorrevamo o giocavamo con le ombre prodotte dai lumi e, quando eravamo infine strafatti dalla stanchezza, ascoltavamo le favole che ci venivano narrate da una "zitella" che conosceva l’arte del racconto e ci faceva rimanere a bocca aperta parlandoci di orchi, lupi, streghe e castelli fatati.
Le mucche, felici di questa compagnia, con il loro fiato, riuscivano a riscaldare l’ambiente meglio di un calorifero. Il forte odore che proveniva da tutta questa umanità non disturbava più di tanto le narici dei presenti, avvezzi a ben altri effluvi.
Poi, a una certa ora, che non ricordo quale, qualcuno dava un segnale e, in pochi minuti, sparivamo tutti nelle nostre case, lasciando infine i ruminanti alla loro intimità. E noi bambini, ebbri di felicità, affrontavamo il gelo delle camere da letto e sprofondavamo immediatamente in un sonno ristoratore.
Nei ricordi di mia madre, 85enne, invece, la stalla, la sera, diventava un luogo di lavoro. Tutte le donne giovani e anziane, si mettevano con la rocca a filare la lana o la canapa. Dovevano aver fatto almeno due fusi a sera per poter andare a dormire. Ella dice che se un forestiero fosse capitato in una stalla all’ora di questi incontri, avrebbe pensato trovarsi in una fabbrica per il gran numero di donne concentrate nella filatura.



Per avere tuttavia un’idea di quest’ambiente, basta guardare il film “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, anche se io ho nella mente atmosfere meno cupe di quelle della pellicola olmiana.

mercoledì 27 maggio 2009

9. Quando le maestre dovevano raggiungere la scuola a piedi....




Il caval di S. Francesco di Mariolina Perpetua

Altri tempi! Altri tempi evocano ricordi, situazioni, oggetti… Ricordi, soprattutto.. Un nodo mi stringe la gola. Non ci saranno più l’infanzia dei miei figli, mai abbastanza vissuta, o l’attesa per un ritorno tanto desiderato; non torneranno le feste in famiglia tra il fragore dei bimbi e con tanta gioia di essere insieme; non ci saranno più il sorriso incoraggiante di mia madre, la tranquilla serenità di mio padre.
Altri tempi!
***°°°***

Il ricordo più vivo e più forte è legato alla mia infanzia, alle attese che dividevo con mia sorella Margherita, di 5 anni più piccola di me, per il ritorno di mia madre da scuola.
Mia madre, infatti, insegnava a Casale di Castelpetroso, paese distante dal mio, Carpinone, cinque o sei chilometri. La sede scolastica era più a valle e un po’ più vicina, a tre chilometri e mezzo. Tutte le mattine ella usciva di casa di buon’ora, non più tardi delle sei, e raggiungeva la periferia con la speranza di poter salire sul pullman di linea, unico, che proveniva da Agnone e proseguiva per Campobasso. –
Negli anni ’50 era quella la sola strada possibile per i paesi dell’Alto Molise che dovevano raggiungere il Capoluogo. - Mia madre, il più delle volte, aspettava inutilmente. Il pullman, troppo carico di passeggeri e di masserizie, non sarebbe ripartito se si fosse fermato: dopo il Ponte Nuovo, doveva affrontare la salita verso Castelpetroso per riscendere dall’altro versante e proseguire per Campobasso. Molto improbabile raggiungere la scuola con il mezzo pubblico quando nevicava. Tra l’altro, la fermata per andare a Casale di Castelpetroso era egualmente in salita. Per farla breve, soprattutto d’inverno, mia madre segnava i primi passi sulla coltre bianca che ricopriva indistintamente strada e campi, su cui si intravedevano solo tracce di animali.
Ricordo, proprio in quegli anni, abbondanti nevicate ed un freddo intenso. Mia madre percorreva prima la provinciale, poi il sentiero campestre che si inerpicava fino al casolare. Spesso le era stato riferito dell’avvistamento di lupi ed invitata a fermarsi dalle persone, divenute ormai familiari, che le offrivano affettuosa ospitalità ed un locale, adibito ad aula.
Lei tornava a casa tutti i giorni, con ogni tempo ed in ogni stagione. Se d’inverno, i disagi erano tanti, con l’avanzare del caldo non erano inferiori. Facilmente sul guado del ruscello, a valle della frazione, obbligata a superare, si mimetizzavano bisce o vipere e bisognava essere lesti a schivarle e sorpassarle.

Mia sorella ed io eravamo ad aspettarla, alla nostra “postazione”: il balcone di casa; mia sorella si disponeva lì, anche con i suoi giochi, fin dalle prime ore del mattino; io, appena tornavo da scuola. Con qualsiasi situazione meteorologica. Due ombrellini beige, regalo della befana, con il manico che si concludeva con una testina di pulcino, ci riparavano dalle intemperie o dal sole e quando mia madre spuntava dalla curva, in fondo alla strada, le correvamo incontro all’impazzata per buttarci tra le sue braccia.

Di quei momenti rimane un ricordo dolce e struggente. L’esperienza di mia madre è certamente anacronistica. Oggi nessun insegnante raggiunge più la sede di lavoro a piedi, ovvero, con il “caval di San Francesco”, come, appunto, era solita dire mia madre.

domenica 24 maggio 2009

8. Il mio arrivo a Tripoli nel 1935


Rita Colletti, nata nel 1921, al suo arrivo in Libia, quando Italo Balbo era governatore di quella colonia italiana, aveva solo 14 anni. Vi ha fatto tutti i suoi studi ed un’esperienza da insegnante prima di ritornare in Italia. Verso il finire della sua esistenza ha voluto raccogliere i ricordi di quegli avvenimenti che hanno marcato profondamente la sua vita. Questa descrizione poetica del giorno del suo arrivo a Tripoli è una pagina dei suoi diari:

TRAMONTI LONTANI

Il rullio della nave che avanzava, si trasformò a poco a poco in un soddisfatto sospiro; ormai Tripoli era là, si distendeva davanti a noi come una lunga striscia verde sul mare azzurro scuro circondata dalla sabbia gialla del deserto sconfinato.
Il sole che tramontava di faccia a noi, filtrando tra le palme e i minareti, ci permetteva di scorgere le case bianche e solide affondate nel verde.
Quando la nave entrò nel porto, fummo avvolti in un caldissimo abbraccio da un’aria infinitamente dolce e toccammo il suolo africano tante volte sognato: il cuore gonfio di una gioia meravigliosa, indagatrice, attenta e interessata.
Era l’ora del tramonto: momento di stupore, di serena fiducia nella Natura e nel suo Creatore, al quale l'uomo stanco si affida come nell’unico porto tranquillo!
Uomini e cose, quella sera, palme, minareti, giardini, cammelli, barracani e tachie vivevano avvolti nello stimolante profumo degli oleandri.
Questo profumo mi ha poi sempre riportato, quasi come un tormento accettato e atteso, a tante ore lontanissime e tante sensazioni indistruttibili.
Non c’erano rondini nel cielo, sarebbero apparse in inverno, a luglio solamente sciami di passeri festeggiano la sera esaltandosi in cinguettii sfrenati ed interminabili: dice bene Leopardi: sono naturalmente gli uccelli le più liete creature dell’universo!
Un altro ricordo libico mi perseguita con martellante rimpianto: quelli di un momento che anni dopo, già liceale vissi a Sabratha, nel teatro romano, dove accanto a mio padre assistevo all’ “Edipo re”, dato in onore del sovrano che veniva dall’Italia. Alla fine della tragedia, mentre sull’immenso palcoscenico deserto si ergeva solenne la figura tragica del vecchio re cieco, che, sostenuto dalla figlia imprecava contro la sorte terribile impostagli dal fato, nel fondo del proscenio un’altissima porta si spalancò ed apparve il mare azzurro e calmo, indifferente all’umano dolore, inghirlandato dai voli dei gabbiani festanti mentre tutto il teatro con la sua dolente umanità era avvolto da una dolce aria impregnata dal profumo delle rose e degli oleandri.
Pochi giorni dopo Dante mi avrebbe suggerito il termine esatto per esternare quell’emozione: trasumanare. Sì, io quella sera a Sabratha mi sentii “trasumanare”.

sabato 16 maggio 2009

7. La Libia con le sue città antiche, è stata il mio paese fino al 1970


Sabratha, Leptis Magna, Nalut, antiche città che ho avuto la fortuna di visitare prima di andarmene dalla Libia

di Maria GENTA


Il castello di Tripoli era visitabile solo in parte e all'esterno, ma io ebbi la fortuna insperata di conoscere il direttore delle antichità della Libia (era allora un professore italiano che veniva dall'Università di Perugia) che vi abitava con la moglie ed una figlioletta. Per alcuni mesi andavo al castello per aiutare la signora che preparava la sua tesi di laurea sulle iscrizioni romane dei monumenti delle antiche città di Sabratha e Leptis Magna.
Due città romane stupende, che sono sempre state le mete di tante gite : Sabratha, a circa 80 km da Tripoli, e Leptis Magna a circa 200 km.
A Sabratha, il magnifico teatro veniva utilizzato in estate per rappresentazioni di tragedie greche : fu lì che conobbi, o meglio, che vidi per la prima volta e dal vivo Vittorio Gassman.. Era un attore bravissimo ed era diventato per me quasi un eroe , ma grande fu invece la mia delusione quando, venuta in Italia , lo vidi protagonista di alcuni film : per me aveva perso tutto il suo charme.
Oltre al mare, c'era naturalmente il deserto, che ha un suo fascino molto particolare e, come il mare, poteva diventare pericoloso con le sue tempeste di sabbia. Ho un bel ricordo di una gita all'interno del paese. Con alcuni amici si voleva andare a Nalut, dove dicevano esservi resti interessanti di abitazioni troglodite. Si era con una vettura normale, niente fuoristrada, e rischiammo anche di perderci : ogni tanto si incontravano le piste che conducevano a dei campi petroliferi, poi una barriera di rocce rosse, come una falaise, ma infine arrivammo a Nalut, un paese quasi in montagna. Niente alberi, tutto brullo. Era sera, avevamo fame ed eravamo stanchi. C'era una specie di alberghetto, dove ci offrirono un po‘ di pane e delle uova. C'erano solo brande per dormire, ma poco importava.
Prima dell'alba ero già in piedi e, seduta davanti alla porta del nostro ricovero, assistetti ad uno degli spettacoli più belli che io ricordi: il sorgere del sole dietro a quelle pareti quasi verticali, con i fori delle entrate di quelle che erano state abitazioni o magazzini di riserve di cibo di popoli antichi, il tutto avvolto in una leggerissima coltre di nebbia, quasi iridescente . Del rientro in città non ricordo nulla: quello spettacolo naturale aveva messo tutto il resto in ombra.
Durante un'altra gita verso l'interno, in una sosta, seduta su un muricciolo ai bordi della strada, casualmente, smuovendo la sabbia che copriva il muretto, si scoprì che c'era sotto un mosaico. Non toccammo nulla, anzi lo ricoprimmo prima di andarcene, ma fu ugualmente una bella esperienza.

La Libia è stato il mio paese, ma tutto è cambiato dopo re Idriss
Quello è stato il mio paese: so che ora tutto è cambiato, ma sono contenta di aver potuto viverci in quei momenti quando il mondo era più tranquillo e non c'erano rivalità religiose: a Tripoli convivevano tranquillamente le tre religioni : musulmana, cristiana ed ebraica. Poi, purtroppo, tutto mutò. In Libia c'era la monarchia, ma re Idriss , in seguito ad un colpo di stato militare, fu mandato in esilio, e subentrò Gheddafi. Una cosa buona fu, che, almeno, non ci fu spargimento di sangue.
Però la politica cambiò completamente e tutti gli stranieri vennero espulsi , fra cui gli americani, che avevano una base militare alla Mellaha, a pochi chilometri dalla città, e poi gli italiani, che vennero cacciati dalla Libia sequestrando tutti i loro averi mobili e immobili senza nulla in cambio.

Per noi italiani, che lì eravamo nati e cresciuti, dove avevamo vissuto tutta la nostra vita, fu naturalmente uno shock terribile. Arrivando in Italia, eravamo degli stranieri in terra quasi straniera. Fu dura, ma ce l'abbiamo fatta a costruirci il nostro angolino nel nuovo mondo : l'Italia è la nostra patria.

lunedì 11 maggio 2009

6. La mia vita a Tripoli fino al colpo di Stato di Gheddafi




Maria Genta, nata a Tripoli quando la Libia era una colonia italiana, ha affidato a questo blog la sua interessante storia.
Ma per capirla, è importante accennare brevemente alla storia della Libia dal 1911 al 1970:

Conquistata la Libia con la guerra italo-turca (1911-1912), ci vollero, all’Italia, però, quasi vent’anni di guerriglia con una popolazione soprattutto berbera, molto determinata, prima di colonizzare il paese. Nel periodo fascista l’Italia porta in Libia un intenso sviluppo infrastrutturale con l’intento di far venire coloni dall’Italia. La seconda guerra mondiale, tuttavia, mette fine all’occupazione italiana. La Libia, infatti, presa dagli alleati nel 1943 sarà dichiarata indipendente nel 1951. Da quel momento diverrà una monarchia sotto re Idriss I.
Un colpo di Stato, tentato da giovani ufficiali dell’esercito approfittando di un’assenza di re Idriss, malato e senza eredi, partito fuori dal paese per curarsi, porterà Gheddafi al potere nel 1969. L’anno dopo Gheddafi nazionalizzerà tutte le industrie e espellerà gli stranieri dalla Libia, confiscando i loro beni: dovranno lasciare il paese portando solo poche valigie di tutti i loro averi e gli sarà vietato il rientro in terra libica.

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Maria ha detto di aver rimosso dalla sua memoria tutti i ricordi dolorosi della sua giovinezza. Ecco perché la sua avvincente storia, che ho suddiviso in vari capitoli, è priva di qualsiasi critica.


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Racconta Maria Genta:


Sopra questo mio scritto, c' e' una veduta dal mare del castello di Tripoli, città dove io sono nata alla fine degli anni '30.
Quando io studiavo l'arabo, a scuola, i libici la chiamavano "Tripoli d'occidente", infatti esiste un'altra "Tripoli", più ad est, in Libano.
I miei genitori erano italiani, naturalmente: mio padre, un ex carabiniere, dovette lasciare l'arma per sposarsi (all'epoca, mi dicevano, i carabinieri non potevano sposarsi prima dei 30 anni).
Subentrata la guerra, mia madre con noi quattro figli venimmo in Italia e ci stabilimmo sulle montagne bolognesi, a Lizzano in Belvedere.
Finita la guerra, nel febbraio 1947, facemmo ritorno in nave a Tripoli, dove invece era rimasto mio padre, che lavorava al Comune.
Il mio primo ricordo su Tripoli fu il gran caldo che trovammo all'arrivo. Anche negli anni successivi capitavano delle giornate caldissime, anche in febbraio: era il vento del deserto, il ghibli, che generalmente soffiava dai tre ai nove giorni consecutivi.
Frequentammo le scuole elementari presso un istituto statale gestito da suore , ed io ne ho un ricorso molto bello. La mia insegnante è sempre stata la stessa, dalla seconda alla quinta classe, una signora già anziana ma con un gran cuore. Avevamo anche un insegnante di arabo, anche lui abbastanza anziano ( ma agli occhi di una bambina tutti gli adulti sono anziani). Anche lui una persona bravissima : ricordo gli scherzi che gli facevamo, e lui non si inquietava mai . Il suo era il classico abbigliamento arabo, con un barracano di lana bianca, avvolto intorno al corpo e che lo ricopriva tutto (il barracano è una specie di coperta, quasi sempre di lana, che serviva per ripararsi sia dal caldo che dal vento di sabbia, e dal freddo, e che mettevano sopra un abbigliamento abbastanza leggero composto da pantaloni molto larghi, una camicia con gilé ). Noi bambini non riuscivamo a capire come la lana potesse proteggerli dal caldo : più avanti ci si rese conto che era vero.
La mia famiglia ha sempre abitato a Tripoli, ma c'erano moltissimi italiani che vivevano nei villaggi costruiti dall'Italia prima della guerra per i coloni, in maggioranza veneti, o siciliani. Allora non esisteva il campanilismo, eravamo tutti italiani e basta, e molto uniti.
Noi si abitava in una villetta vicino all'ospedale, in un quartiere detto "città giardino" e con molte stradine non asfaltate: quando c'era il ghibli, nessuna porta e finestra chiusa riusciva a tenere al di fuori la sabbia, che si posava su tutto; polverina chiara granulosa che si infiltrava dovunque. Avevamo come vicini diverse famiglie libiche, ancor più poveri di noi, perché noi, almeno, avevamo l'acqua corrente in casa. I bambini venivano sempre a chiederci l'acqua e talvolta si giocava insieme.
Ma la povertà all'epoca, era diversa da quella di adesso: non si aveva quasi nulla: io ricordo periodi di mesi in cui si mangiavano sempre fagiuoli e datteri pressati, ma ,almeno a noi bambini, la cosa pesava poco. Il pane c'era. Più grande. Ricordo che la nostra merenda era un panino di pane nero farcito di tonno e peperoncino piccante, il cui gusto non sono più riuscita a trovare.
Sulla strada principale che portava all'ospedale, c'erano alcuni negozietti tenuti da libici. Erano sempre aperti, di giorno e di notte. Avevano pochissimi articoli : pane, tonno, olio. spezie, carbone, qualche verdura, qualche bibita, qualche quaderno, qualche matita : i proprietari erano sempre disponibili, sorridenti, pronti ad aiutarci e, talvolta, anche a farci credito. Specialmente durante il mese del Ramadan (il mese della penitenza), di notte c'era più vita che di giorno, e tutti i negozi erano aperti. C'era un affiatamento incredibile e anche noi potevamo partecipare ai loro pasti notturni (la religione proibisce loro , in quel mese , di mangiare, bere, fumare, ecc.. durante il giorno): tutte le notti allora si illuminavamo e si trasformavano in feste, con poche cose, ma sempre molto allegre e piene di chiacchiere e animazione.



Com’era bella la mia Tripoli prima del colpo di stato !
La città, su un mare stupendo, pulito e limpido, aveva un lungomare di qualche chilometro: forse non era vero, ma quando io visitai per la prima volta Nizza, con la sua famosissima "promenade" , dissi che il lungomare di Tripoli era molto più bello di quello di Nizza, e lo penso ancora, almeno per quanto resta nei miei ricordi.
Il mare: ecco cosa soprattutto mi rimane nel cuore della mia città natale !
Dal primo anno si cominciò ad andare alla spiaggia da giugno a settembre (per il caldo, le scuole terminavano a maggio e riaprivano in ottobre).
Prima al Lido di Tripoli, spiaggia molto lunga con sabbia quasi bianca, poi, più grandi, si frequentavano i "Bagni sulfurei". Era una spiaggia alla foce di un Uadi (torrente), sulle cui sponde del letto asciutto erano piazzate le cabine. Qualche anno, a fine estate, capitavano le piogge, ed allora l'Uadi irrompeva lungo il suo letto fino al mare, facendo diventare l'acqua come un'immensa strada giallastra che si apriva una via nel mare, per chilometri. Il nome gli veniva per via di una sorgente solforosa che sgorgava proprio vicino al mare, e che era alla portata di tutti: forse ora sarà stata commercializzata.
Si stava al mare per giornate intere: la pesca subacquea non mi è mai piaciuta, ma andavo in giro lungo la costa rocciosa con pinne e maschera per godermi lo spettacolo marino. La pesca in mare , allora, era poco sfruttata, e capitava spesso di nuotare in mezzo a branchi di pesciolini di colori diversi. Notai anche che i pesci più grossi non scappavano alla mia vicinanza, ma sparivano immediatamente appena si avvicinava un nuotatore con il fucile. L'unica pesca che imparai a fare fu quella dei ricci. Li riconoscevo dal loro colore: rosso, violetto, marrone, verde e nero, ed imparai anche a mangiarli, seduta sulle rocce, con un po’ di limone: una squisitezza !
Le scuole erano italiane: elementari, medie inferiori, liceo classico e scientifico, magistrali, ragioneria, geometri, più scuole artigianali. Non ricordo ci fossero studenti libici. Generalmente ci si fermava ai 18 anni. Non molti avrebbero potuto, infatti, pagarsi l'università in Italia.
C'era una scuola artigianale libica, la "scuola arti e mestieri" dove venivano insegnati tutti i mestieri manuali: stupende erano le lavorazioni di intaglio ed intarsio su argento ed ottone, e molti dei loro lavori venivano ammirati nei "suk" (mercati). Come in tutte le città arabe, ogni suk vendeva solo un tipo di merce: abbigliamento, tappeti, ferro battuto, gioielli, vasi e piatti in metallo, finemente lavorati. A Tripoli, si accedeva ai suk da piazza Castello, suk el Muscir, ecc. Era molto eccitante e piacevole girovagare nelle stradine piene di rumori e di vita.

mercoledì 6 maggio 2009

5. Ecco come nel passato si lucidavano e si rendevano idrorepellenti le “preziosissime” scarpe

Ce lo racconta Anna Maria Cenname
Le scarpe, durante il periodo della Grande Guerra e anche precedentemente, erano considerate un bene di lusso, quindi dovevano essere indossate solo per le grandi occasioni: Natale, Pasqua, Feste patronali e per i matrimoni. A volte venivano anche date in prestito ad amici o parenti. Per la loro pulizia e per evitare che l’acqua o la neve potesse rovinarle e per renderle lucide i nostri antenati adottarono un metodo molto semplice, poco costoso e idrorepellente. Bastava battere ben bene del grasso e aggiungerci della fuliggine (che si formava sempre a causa della legna della stufa) grattata dal tegame che si usava per scaldare l’acqua. Quando il tutto si era amalgamato si facevano delle palline che servivano per essere passate sulle scarpe.

domenica 12 aprile 2009

4. A 12 ANNI AIUTO GEOMETRA COME CANNEGGIATORE


Ecco il racconto del Signor Franco Palladino:


«Nato nel 1948 in una famiglia di contadini molisani, a 12 anni ero un ometto cui spettavano già varie responsabilità, come quella di accudire gli animali del piccolo podere che avevamo. Un giorno un geometra venne a trovare mio padre e, vedendomi all’opera, chiese se poteva portarmi con sé perché aveva bisogno di un ragazzetto in gamba per un lavoretto. Sarei stato pagato, disse, e, il lavoro era alla mia portata poiché si trattava di fare il canneggiatore. Né io, né mio padre sapevamo cosa fosse questo mestiere. Il geometra allora spiegò che si trattava di prendere le misure dei terreni e io avrei dovuto allenarmi a fare un passo di un metro e poi di percorrere il perimetro dell’area contando i passi che facevo. Così diventava più facile per lui calcolarne le misure.
Si chiamava canneggiatore perché, all’inizio per le misurazioni topografiche si utilizzava una canna, diventata poi metrica, ovvero un’asta graduata la cui lunghezza variava da regione a regione entro 2 o 3 metri.
Mio padre acconsentì e dovetti immediatamente mettermi all’opera per imparare a fare quel famoso passo lungo esattamente un metro. Mi ci vollero tre-quattro giorni di allenamento prima di essere pronto. Svolsi poi il mio compito con grande attenzione e il geometra ne fu contento.
Quando terminai il periodo e dovetti andare in banca a prendere i soldi guadagnati fu emozionante: 64 mila lire, una fortuna per me!
Ma che delusione quando l’impiegato non volle consegnarmeli perché ero minorenne. Negò, altresì, di darli a mio padre che non aveva svolto lui il lavoro. Insomma una situazione kafkiana poiché pretendeva di consegnarmeli alla mia maggiore età, cioè a 21 anni. Poi, per fortuna, il geometra riuscì a trovare una soluzione e io, con quei soldi, mi rivestii tutto: scarpe, pantaloni lunghi (li avevo ancora corti), camicia, cravatta, giacca…. e ne avanzarono altri.
Al giorno d’oggi, per misurare un terreno, basta il GPS che punta il satellite e l’area è calcolata in un attimo! Addio canneggiatore».

lunedì 6 aprile 2009

3. LA MIA PRIMA ESPERIENZA DA MONDINA: AVEVO 13 ANNI


«Affondo le mani per mondare il riso in un’acqua stagnante che mi arriva alle ginocchia. E’ il mio primo giorno di risaia, ho 13 anni e mezzo e cerco di imparare il più in fretta possibile. Ma ecco che tra le mani, invece di una pianta infestante mi capita una cosa viscida che si muove: oddio, è una grossa biscia! Terrorizzata, lancio un urlo e faccio un salto all’indietro, andando a finire addosso al “padron” che sta proprio alle mie spalle, osservando il mio lavoro. Cadiamo tutti e due in acqua. L’uomo, infuriato, non si trattiene e declama una raffica di bestemmie che non finisce più perché si è tutto inzuppato. Dobbiamo tornare alla cascina per cambiarci i vestiti e io mi sento come un cane bastonato».

E chi se lo può scordare questo primo giorno di maggio del 1937? Da allora la mondina l’ho fatta quasi tutti gli anni, per altri vent’anni.
Non ero certo la sola a partire per la risaia. Migliaia di contadine si avviavano dall’entroterra di Piacenza, Parma, Reggio, Modena per due volte all’anno. Era l’unica attività lucrativa per la donna, perché la mondina veniva pagata in soldi e in “riso”. L’organizzazione era perfetta. Le richieste arrivavano ai comuni. Ci si iscriveva e, il giorno fatidico, arrivava un camion che raccoglieva tutte le donne dei vari paesini della zona e ci portava alla stazione. Io prendevo il treno a Reggio Emilia. All’arrivo a Vercelli, Novara o Pavia, ci aspettava il cavallante con il suo carretto per portarci alla cascina che ci era stata assegnata.

Venivamo sistemate in grossi silos (che avrebbero poi raccolto il riso), suddivisi in cosiddette stanze da 20 posti e più dove c’erano predisposte delle brandine. La prima cosa da fare era andare a prendere il pagliericcio, cioè della paglia che veniva da noi sistemata in una grossa fodera portata apposta da casa e che ci serviva da materasso.
Il giorno dopo cominciava il duro lavoro. Sveglia alle 5 ½. Dopo aver bevuto ¼ di latte e un tocco di pane si andava nel campo da riso da mondare. Estirpare non era facile, c’erano delle piante così radicate nel terreno che per tirarle via ci voleva la forza di due persone.
Stop a mezzogiorno. La cuoca ci preparava un piatto di riso con fagioli o patate, e questo era il menu di tutti i giorni. Alle due si ritornava in risaia fino alle 19. Grazie ai sindacati, questo limite fu successivamente abbassato di un’ora.
Per cena, stesso menu del pranzo.
Ma per noi, anche se eravamo stanche morte, era la sera il momento magico, perché dopo aver mangiato e sistemato le nostre cose ci ritrovavamo tutte insieme a chiacchierare a cantare o a ballare tra donne. Gli uomini erano infatti molto pochi: solo i cavallanti. E quella, comunque, era una vita dura, ma non diversa da quella che facevamo nelle nostre famiglie.
L’unica cosa veramente insopportabile erano gli insetti, di cui la risaia era infestata: al mattino i moscerini, a mezzogiorno i tafani e la sera fameliche zanzare che non ti lasciavano dormire: una tortura.
Al giorno d’oggi tutto è stato sostituito dalle macchine e le mondine si sono emancipate… Altri tempi!

Armentina

domenica 5 aprile 2009

2. Come realizzare tessuti in canapa: dalla semina della pianta alla tela


La Signora Armentina, 84 anni, ha deciso di affidare alla memoria di questo blog la LAVORAZIONE DELLA CANAPA, attività che ha svolto fino agli anni ’50 nel suo paese di Sang Giovanni di Querciola e che permetteva alle famiglie di contadini di essere completamente autonome anche nella realizzazione dei tessuti, in particolare per il corredo delle figlie, allora indispensabile per ogni giovane sposa. Bastava seminare mezza biolca di terreno per il fabbisogno di una famiglia di 10 persone.
Ecco la sua descrizione:


LAVORAZIONE DELLA CANAPA nei ricordi di Armentina


La canapa assomiglia alle piantine di marijuana, ma noi, all’epoca, non sapevamo proprio cosa fosse la droga.
La semina avveniva nel mese di aprile e la raccolta a settembre.
Dopo aver raccolto la pianta si toglieva la semenza che sarebbe servita per la futura semina. Per togliere questa semenza la si bolliva con un po’ d’acqua e la si lasciava macerare.
In quanto alle piante di canapa, venivano fatte delle fascine che si immergevano nell’acqua per quaranta giorni.
Quando era pronta, la si toglieva dall’acqua, la si lavava, e la si metteva ad asciugare.
Una volta asciutta, veniva posta sopra un’ascia dove la si batteva con dei bastoni. Da questa battitura, venivano fuori i filamenti.
Questi fili vegetali grezzi venivano dati ad una persona che aveva il mestiere, cioè un attrezzo che serviva a pettinare i fili.
Da questa pettinatura uscivano tre tipi di filatura: il primo, il tarzeul era il filo più fine, quello che avrebbe fatto il lenzuolo più bello; il secondo era un trama un po’ più grossa e il terzo (tozz) era riservato alla filatura meno pregiata, ovvero asciugamani e canovacci.
Quando venivano restituite queste matasse di filo dovevano essere sbiancate, ovvero lavate in acqua bollente dentro un grande mastello, con l’aggiunta di cenere.
Una volta asciugate, si poteva passare a realizzare, con il telaio, la tela vera e propria.
Il telaio era di proprietà familiare ed occupava almeno cinque metri su quattro di una stanza (come quello nell’immagine).
Realizzata questa tela, veniva di nuovo sbiancata, ovvero stesa nel prato e lasciata alle intemperie per circa un mese. Questo passaggio permetteva di sbiancare e ammorbidire la tela.
A questo punto la tela era pronta per essere cucita e ricamata. La tessitura della canapa avveniva durante i mesi invernali, prima di quella della lana, che si doveva tessere sempre con lo stesso telaio.
Le “razdore” (massaie) erano in grado di realizzare, con questi due tipi di tele, anche il tessuto per i vestiti da uomo sia estivi che invernali. Insomma la famiglia contadina dell’epoca era autosufficiente non solo nel mangiare ma anche nel vestire.
Barbara Bertolini - tutti i diritti riservati

sabato 4 aprile 2009

1. ANNI '50: SENZ'ACQUA, SENZA SERVIZI IGIENICI, COME SI VIVEVA NELLE CASE?

Era l’anno di grazia 1956, ma per me e per gli abitanti di un piccolo paese sperduto nell’Appennino reggiano era il Medioevo.
Non c’era l’acqua nelle case, non c’era elettricità e, per il bagno, «accomodatevi!»: la scelta variava da una puzzolentissima e vomitevole latrina; un campo all’aria aperta dietro un cespuglio o la stalla dove le mucche, all’occorrenza, potevano avere lo stesso impellente bisogno del malcapitato e, quindi, inondarlo di urina. La stalla rimaneva comunque l’ultima scelta anche perché c’era un serio problema di privacy poiché chiunque poteva entrare in qualsiasi momento mettendo in imbarazzo tutti e due.
Ditemi voi se questa non poteva essere considerata una storia d’Altri tempi!

Come si faceva a vivere senz’acqua e senza energia elettrica? Come avevano fatto per migliaia di anni tutti quelli che ci hanno preceduto.
La cucina aveva un lavandino non profondo e molto largo sul quale veniva posto un secchio che si andava a riempire d’acqua alla fontana. Un bottiglione di vetro, invece, veniva riempito un po’ prima del pranzo direttamente alla sorgente, perché l’acqua da bere era così più fresca. Questo compito, in generale, spettava ai bambini della famiglia:
«Va a tor l’acqua c’a magnom!» (va a prendere l’acqua che mangiamo!). Questo era il comando che mi sentivo rivolgere da mio nonno che conosceva, in famiglia, solo l’imperativo. E, con il mio bel bottiglione in mano, via alla sorgente, che non era proprio vicina, ma mi ci voleva una mezz’ora di tempo tra andata e ritorno.

Le case d'inverno, senza riscaldamento, erano freddissime e la gente del paese per trovare un po' di tepore e di compagnia si riuniva la sera, dopo cena, nelle stalle. Vedere il mio post . 10 (Quando le sere d'inverno ci si riuniva nelle stalle).

Per lavarsi, si riempiva il catino d’acqua. Durante i mesi invernali nella stufa, sempre accesa dalla mattina alla sera, vi era inserito un contenitore d’acqua di circa 5 litri, per cui almeno nei mesi freddi c'era sempre acqua calda disponibile.
Solo il sabato si svolgeva la cerimonia del bagno completo, dentro una grande tinozza, che veniva piazzata nella stanza più calda (la cucina) e ci si lavava lì, a turno. Però, dopo due bagni l’acqua veniva cambiata. Non come nel Medioevo dove, invece, in quella stessa tinozza si lavavano (una volta a stagione) prima tutti gli uomini della famiglia, poi le donne, poi i bambini, e, infine, il neonato: ecco perché esiste il detto: «attenti a non buttare con l'acqua sporca anche il bambino!»

Catapultata ora nel XXI secolo, posso, invece, sguazzare in una maxi vasca idromassaggio tutte le sere. Che tempi!
Barbara Bertolini - tutti i diritti riservati

foto di www.cera1volta.altervista.org