sabato 20 febbraio 2010

34. Le pecore di Sant'Antonio

Armentina, invece, non aveva una mamma altrettanto tollerante e, bisogna dirlo, la sua azione è stata molto più insolente di quella di Betty.



Racconta dunque l’Armentina:

Premetto che da quando avevo 6 anni tutte le mattine da aprile a ottobre mia mamma mi svegliava all’alba per mandarmi a pascolare le pecore (ore 5 o 4, secondo i mesi). In inverno, invece, mi si buttava giù dal letto alle 8. Solo con la neve facevo festa perché le pecore non uscivano.
Un lavoro che ho sempre odiato per vari motivi: facevo una fatica immane per uscire dal sonno, non amavo questo attività dove non serviva la bravura, ma soprattutto perché solo a me era richiesta tale mansione; mai a mia sorella più grande.
Dovevo avere 8-9 anni quando mia madre mi mandò a messa e mi diede 20 centesimi per darli a Sant’Antonio. Mi disse che gli dovevo chiedere la grazia di conservare i nostri animali sani. Era, infatti, il 17 gennaio festa di Sant’Antonio Abate. Andai in chiesa e la statua del santo era stata messa in mezzo alla navata, sopra un grande drappeggio dove tutti buttavano i loro soldi e chiedevano la grazia. La chiesa era affollata, la messa veniva ufficiata da vari celebranti e io osservavo attentamente il Santo: ting, ting, le monetine cadevano a fiotti sul telo, ma lui non si abbassava mai e non diceva grazie. Allora, tra me e me, mi son detta che non era lui a ricevere i soldi ma i preti e ho quindi deciso di spendere quelli che mi aveva dato mia mamma (una grande somma per il periodo) per comperare il castagnaccio e gli “scachetti” (arachidi) che avevo visto su una bancarella prima di entrare. Ma prima di uscire dalla chiesa domandai comunque al Santo una grazia: quella di far morire tutte le pecore e di salvare solo gli altri animali.



Il proprietario della bancarella fece resistenza, gli sembrava strano che una bambina potesse spendere tanti soldi per delle golosità. Alla fine cedette, allora chiamai tutti i miei amici e ci facemmo una scorpacciata di castagnaccio come mai era capitato in vita nostra.
Appena arrivata a casa, andai subito nell’ovile a verificare se le pecore erano morte. Ma niente, Sant’Antonio non mi aveva fatto nessuna grazia: erano tutte lì, vive e vegete. Che delusione!
Quando mia madre mi chiese se avevo dato i soldi risposi di no, perché quei soldi non se li prendeva il Santo ma i preti che c’erano. Mi corse dietro con le pinze del camino. Per fortuna uno zio presente  la bloccò e le disse: «la bambina ha detto la verità e guai a te se la tocchi!» E, per la prima volta in vita mia, me la cavai senza botte, com’ero contenta…..

martedì 16 febbraio 2010

33. Fino agli anni '50 il latte appena munto veniva consegnato tutti i giorni porta a porta

Ines e Armentina rispondono alla domanda di Simonetta, ovvero come veniva trasportato e conservato il latte nelle case prima del frigorifero.

Pensavo di cavarmela con due parole, ma sentendo le esperte ho capito che ci scappava un post.

Ebbene sì, il latte veniva comperato giorno per giorno sia in città che in campagna perché poteva al massimo durare due giorni, ma solo se faceva freddo.
A San Giovanni, negli anni ’40, e fino agli anni ’50 c’era una donna che chiamavano “la lataröla”, che passava di casa in casa con il suo latte contenuto in un bidone di alluminio, che trasportava sopra un rudimentale carretto. Aveva un mestolo che misurava esattamente mezzo litro. Per cui versava il latte richiesto nei contenitori che le porgevano le massaie, quasi sempre una bottiglia di vetro dal collo largo. La lataröla chiedeva alle famiglie se volevano il latte anche il giorno dopo e, sapeva quindi, grosso modo, quanto latte portare. Altrettanto si faceva in città, dove passava un contadino o contadina con i suoi bei bidoncini.
Questo latte non era pastorizzato e, normalmente, lo si doveva bere solo dopo averlo bollito. Io ricordo invece di una zia che, sapendo la mia passione per il latte, quando mungeva la mucca, me lo spruzzava direttamente in bocca (e inevitabilmente sul viso), buonissimo!
Nei paesi dove c’era la latteria, le mamme mandavano i figli a prendervi il latte con un bottiglione o un piccolo bidone che aveva una chiusura ermetica. Ma durante i mesi invernali (da novembre a marzo) la latteria chiudeva. Ed era in quel momento che la “razdora”, altro termine emiliano per indicare la padrona di casa, con il latte delle sue mucche faceva il formaggio, il burro e la ricotta. Molti di voi, sono sicura, hanno ancora in bocca il sapore di questa ricotta calda appena fatta, che veniva messa sul pane con un cucchiaio di siero.

La contadina nel passato era una lavoratrice instancabile, a tempo pieno, e riusciva non solo a rassettare la casa, occuparsi dei figli, del marito, degli uomini e anziani della famiglia, preparare il pranzo, ma anche a produrre alimenti, ad accudire il bestiame, lavorare i campi e realizzare tessuti per indumenti.
***°°°***
Ecco una buona notizia: è ritornato nelle nostre città il latte di giornata, quello munto di fresco.
Infatti, Ines dice che a Reggio Emilia ci sono ormai vari negozi dove si può comperare latte di giornata. Una mucca disegnata in grande sulla vetrina indica inequivocabilmente il tipo di prodotto venduto. Ci siamo stancati di bere latte che non sa più di nulla, non si sa dove e quando è stato prodotto e arriva sulle nostre tavole dopo aver percorso anche 2000 km. Questi negozi certificano, invece, la provenienza vicina e la qualità del latte: EVVIVA LA GENUINITA’

Barbara

martedì 9 febbraio 2010

32. Quando la Chiesa dettava le regole della sobrietà, anche ai bambini



di Betty Delacrétaz



Je me souviens, j'avais environ 6 ans nous étions à Valle di Sotto province de Vicenza, où comme dans beaucoup de régions les curés régnaient en maîtres et seigneurs.
Nous nous préparions avec enthousiasme à la Fête Dieu. A cette occasion des petits paniers en osier avaient été fabriqués Ils étaient remplis de pétales de roses. Pour moi c'était un évènement....
La procession allait démarrer, tous les enfants étaient derrière le baldaquin et la joie était à son comble, lorsque une dame proche du curé qu'on appelait « la perpetua »s'approcha de moi, me prit par la main, et me fit sortir des rangs car ma robe ne couvrait pas les genoux. Mon crime: j'avais grandi un peu trop vite et, faute de moyens, la garde-robe n'avait pas suivi!

Je demeure persuadée que la stupidité et l'ignorance de certains ont largement contribué à la désertification des églises.


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Traduzione:
Mi ricordo, avevo circa 6 anni e vivevamo a Valle di Sotto in provincia di Vicenza, dove come in molte altre regioni i preti regnavano padroni e sovrani incontrastati.
Ci preparavamo con entusiasmo alla festa del Corpus Domini. Per l’occorrenza erano stati realizzati piccoli cesti in vimini che avevamo riempito di petali di rose. Per me era un avvenimento eccezionale….
La processione iniziava, tutti i bambini erano dietro al baldacchino e la gioia era al culmine quando la “perpetua, una signora al servizio del sacerdote , mi si avvicinò, mi prese per mano e mi fece uscire dalla fila perché il mio vestito non copriva le ginocchia. Il mio crimine: ero cresciuta troppo in fretta e, per mancanza di soldi, il guardaroba non aveva seguito l’evoluzione!
Rimango persuasa che la stupidità e l’ignoranza di certi hanno largamente contribuito alla desertificazione delle chiese.
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La Signora Delacrétaz è svizzera d'origine vicentina e ha deciso di lasciare a questo blog, nella lingua che domina meglio, le sue considerazioni sul passato. La ringrazio di cuore. La traduttrice-traditrice del suo pezzo sono io. Barbara

domenica 31 gennaio 2010

31. Come si faceva il burro a mano?


Cara Silvia, grazie per la domanda. Ho chiesto alla Signora Armentina, la consulente ormai ufficiale di questo blog. Ed ecco le sue spiegazioni:



Per realizzare il burro a mano si metteva la panna in una bottiglia. Ci si sedeva e, appoggiando la bottiglia sulle ginocchia, la si faceva andare avanti e indietro energicamente, fino a quando questo composto si condensava diventando burro. Questa operazione poteva durare anche mezz’ora.
Dopo di ché, si svuotava la bottiglia in una teglia e, con le mani, si dava al burro la forma che si voleva. Chi aveva fantasia poteva, con un coltello o in piccolo bastoncino, comporre dei disegni. Inoltre, nelle case contadine ma soprattutto nei paesini delle Alpi, esistevano anche stampi di legno, realizzati con varie decorazioni (come quelli della foto) – intagliati a mano durante i mesi invernali – per dare una conformazione graziosa al burro.
Questa tecnica è valida anche al giorno d’oggi per chiunque voglia realizzare in proprio il burro.
Mentre, per ritornare al “casaro” (del post 30), lui, aveva un attrezzo che funzionava all’inizio del ‘900 a manovella e, successivamente a motore. Con l’aggiunta del ghiaccio, riusciva a ricavare tanto burro quanto voleva.

venerdì 22 gennaio 2010

30. La conservazione degli alimenti senza frigorifero

Vi ricordate i film americani anni ‘60? Primo piano sul soggetto che entra in casa, apre la porta, e subito dopo il «ciao cara», senza svestirsi, si fionda sul frigorifero e beve la sua bottiglietta di coca-cola o di birra come se, per ritornare dal lavoro avesse attraversato un immenso deserto.

E’ questa immagine che mi viene in mente per parlare di “nevaia” o “ghiacciaia”, ossia come nel passato si riusciva a produrre ghiaccio e a conservare gli alimenti quando non si possedeva il frigorifero.

Infatti, l’elettrodomestico tutt’oggi più utilizzato nelle case degli italiani, è stato inventato nel 1919 a Chicago, con il nome di “kelvinator”, trasformato poi in “frigorifero”. Esso, però, fu prodotto a livello industriale, sempre negli Stati Uniti, solo a partire dal 1931.
In Italia è arrivato verso la metà degli anni ’40 e, solo nelle case ricche, poiché troppo costoso. Ha cominciato a svilupparsi dappertutto dopo gli anni ’60.

E fino ad allora, come si faceva a conservare gli alimenti deperibili? Ma soprattutto, come si faceva a produrre ghiaccio in piena estate?

Nella vita contadina il ghiaccio era indispensabile per fare il burro, uno degli alimenti di primaria necessità poiché nelle regioni del Nord era (ed è) utilizzato al posto dell’olio.
Ogni paese aveva la sua “nevaia” o “ghiacciaia” , un buco profondo, in un luogo freddo, dove si raccoglieva la neve durante l’inverno e si copriva il tutto con fascine. Questa neve finiva per trasformarsi in ghiaccio che durava fino all’inverno successivo. La persona che custodiva la nevaia, tagliava, con una sega, man mano il ghiaccio necessario e, alla fine dell'estate, il buco era diventato così profondo che gli occorreva una scala a pioli per arrivare in fondo alla nevaia.

Senza il ghiaccio così conservato, come detto, il “casaro” non era in grado di produrre il burro dal suo latte. E’ possibili farlo a mano senza ghiaccio, ma solo in piccole quantità e con molto “olio di gomito”, ecco perché, per la difficoltà di realizzazione di questo alimento, il casaro era addetto alla produzione di burro per tutti.
Il ghiaccio della nevaia, veniva comperato anche dalle famiglie per realizzare sorbetti o granite. Il pezzo di ghiaccio veniva grattato poi, sul composto ottenuto, si versava la menta o lo sciroppo, quasi sempre d’amarena al Nord e limone al Sud: una delizia per grandi e piccini. Racconta Nicoletta Barbarito (post 40) che le famiglie benestanti possedevano piccole ghiacciaie composte di legno e di zinco dove ci si calava dentro un grosso cilindro di ghiaccio. Questo ghiaccio veniva recapitato giornarlmente da un apposito venditore.
Altri alimenti deperibili venivano consumati in giornata o, al massimo nei due giorni successivi.
La carne di maiale, per esempio, che poteva essere macellata solo in inverno, veniva, invece, messa sotto la sugna per durare più a lungo, così come tutto quello che riguardava l'insieme della produzione suina.
Altri alimenti deperibili potevano essere messi in salamoia, sotto sale, sott’olio, sottaceto, sotto il grasso della sugna, come detto, oppure essiccati o affumicati. Con l'essicazione, per esempio, si eliminava l’umidità naturale attraverso il calore o l’aria rendendo così un alimento durevole oltre che trasportabile (si pensi al merluzzo). E l’essicazione  non altera il  valore nutrizionale dei cibi e, anzi, ne esalta il gusto.

Questi erano sistemi di conservazione degli alimenti che duravano da millenni e che continuano a durare e che hanno permesso all’uomo la sua crescita (mangiate e moltiplicatevi!).

Barbara Bertolini  -   tutti i diritti riservati

martedì 5 gennaio 2010

29. Cosa portava la Befana ai bambini buoni?

Fino agli anni ’60 nelle famiglie italiane in maggioranza era la befana a portare, nella notte dell’Epifania i doni ai bambini. Babbo Natale apparteneva, allora, alle culture del Nord Europa.
La tradizione italiana, infatti, voleva che i bimbi mettessero sotto il camino una grande calza per permettere alla Befana di riempirla di doni.

Il ceto sociale faceva la differenza tra i doni ricevuti nelle case dei contadini, o di chi aveva un reddito saltuario, rispetto ai “signori”, come si diceva allora.
Rita e Angela ci hanno raccontato i loro ricchi doni ricevuti sotto il camino: bambole, trenini, e vari giochi erano decisamente il sogno degli altri bambini meno fortunati, che rimaneva, tuttavia, davvero un sogno irraggiungibile, quindi rimosso: il bambino povero non osava nemmeno desiderarli. Nella loro calza, invece, quando si svegliavano al mattino e correvano nella stanza dove troneggiava il camino (o la stufa per chi non aveva il camino) e la trovavano gonfia e traboccante di roba, era davvero una grande festa per questi ragazzini che esplodevano di felicità.

Cosa c’era nella calza? Ho chiesto a molti di ricordare. Ed ecco il risultato:

Dal Nord o al Sud il contenuto cambiava poco. Venivano messi mandarini, portugal (che poi erano arance così chiamate sia in Emilia che a Napoli), noci, caramelle, qualche dieci lire, uno o due pacchettini di “mignin” (biscottini industriali fatti a strati che si vendono ancora al giorno d'oggi con il nome di wafer), arachidi, fichi secchi, qualche cioccolatino. Per i più poveri la calza veniva riempita con delle mele. Giochi, molto raramente, a meno di avere uno zio che ritornava dall’America. Qualche volta potevano esserci delle matite colorate, le famose “Giotto”.
Ma quello che non mancava mai sul fondo della calza, per tutti i bambini, poveri e ricchi, che durante l’anno qualche marachella l’avevano di certo commessa, era un bel pezzo di carbone, quello vero ben inteso!
Questa era la nostra Befana, che ci dava comunque una contentezza infinita. Tutta la notte avevamo cercato di stare svegli per sorprendere la vecchietta, invano. Anch’io, come Rita, mi sono fatta mettere il letto vicino al camino, ma la befana è stata più furba di me.

A casa di mia nonna, invece, c’era una tradizione molto bella per noi bambini. Essa realizzava un tortellone dolce, lungo come il tavolo della sala, farcito di noci, cacao, miele e altri ingredienti che non ricordo. Questo tortello particolare veniva cotto dal fornaio del paese, l’unico che aveva un forno adatto per cuocere una alimento così lungo.
Una volta messo in tavola ci dovevamo mettere in fila (dal più piccolo al più grande), ci venivano bendati gli occhi e ci veniva dato un coltello con cui dovevamo tagliare il tortello: mangiavamo il pezzo che eravamo riusciti a tagliare!
Che allegria, che divertimento!
Comunque, ora, meno male che l’Epifania tutte le feste le porta via!

Barbara

domenica 27 dicembre 2009

28. Natale postbellico

I Natali d’antan

di Rita e Angela Frattolillo   (bambine nella foto)

La nostra euforia per il Natale cominciava piuttosto presto, a novembre: noi sorelline eravamo investite del compito di preparare l’impalcatura del presepe, e vi posso assicurare che era un lavoro piuttosto complicato, anche perché io e mia sorella, che eravamo le più grandine, avevamo il compito di vigilare a che le due piccole non facessero troppi danni mettendo le mani dappertutto. La metà di una stanza, quella del balcone che aveva il soffitto decorato con angioletti paffuti e svolazzanti, veniva occupata da cataste di sughero che noi disponevamo su una struttura di legno fissa in modo da formare montagne e grotte. Poi era la volta della casette di cartone pressato e dipinto alla buona, dei pastori comprati, in più riprese, a S. Biagio dei librai, da nostro padre che allora insegnava a Napoli. Qualcuno, nel tempo, e malgrado il trasloco da una casa all’altra, è sopravvissuto, anche se ne porta i segni: a Gesù bambino s’è rotta la testa (che è stata amorevolmente incollata); il pescivendolo è rimasto senza bancone; la pastorella ha qualche pecora in meno; fortunatamente il pastore dormiente, che è una figura con una simbologia precisa, è rimasto intatto. Infatti, nella tradizione napoletana, la sua presenza è indispensabile perché è lui, dormendo, che sogna il presepe, la Natività: se si sveglia, il sogno svanisce!



Sistemate figurine, animali e casette, finalmente era il turno del muschio.

Ne occorreva molto, per tappezzare le giunture, formare il prato, adornare la grotta di Gesù, coprire i bordi del laghetto ottenuto con una scheggia di specchio. Muschio che non si vendeva nei supermercati, a differenza di oggi, ma si trovava “in natura”, fresco e bellissimo, come un velluto cangiante; bastava andare a cercarlo nei posti giusti. Il segnale era quando papà staccava dall’armadio la sua giacca di cacciatore.

Noi allora si partiva felici e imbacuccate, armate di borsa, trotterellando dietro a lui e al suo cane da caccia. Dopo un accurato sopralluogo, estraeva dalla giacca il coltello di cacciatore dalla punta acuminata, e staccava con cautela il muschio dalle cortecce degli alberi, dai muretti che delimitavano gli appezzamenti, dal recinto della macina. Noi lo deponevamo nella sacca con delicatezza, per non farlo rompere e ci divertivamo a seguire la nuvola che formavamo col fiato, nella nebbia mattutina.



Il nostro Natale di allora era estremamente povero: senza alberi o palline colorate, niente luci o regali sfavillanti. Il suo momento clou, dopo il rosario, era la processione giaculante dietro al bambino più piccolo della famiglia che aveva il privilegio di portare Gesù bambino per tutta la casa: il terrazzo, il cortile, la fuga delle stanze.

Ma la Befana, no; era una vera festa.

Ai nostri occhi vigili non sfuggiva, nella settimana che la precedeva, un insolito traffico. Papà ritornava da Napoli con grossi pacchi che, misteriosamente, non arrivavano mai su.

Noi gli davamo il tormento nella speranza di capire: “papà, che ci porta la befana?”. E lui: tu che vuoi che ti porti? Di giorno in giorno le mie, le nostre pretese aumentavano : la bambola, la carrozzina, le pentole, le tazze. Lui incalzava, ma cosa vuoi di più? E così per ore; a volte si inteneriva al nostro spasmodico desiderio di sapere e implorava mamma con gli occhi per avere da lei l’approvazione nel rispondere. Ma lei inflessibile, interveniva cercando di distogliere la nostra attenzione. Allora papà ci diceva di gridare i nostri desideri alla Befana attraverso il camino, e noi lì a ripetere, sotto il suo sguardo divertito, fino a rimanere senza fiato…la bambola, la palla, la carrozzina, le tazze, il lettino…

La sera fatidica, messa in bella mostra la calza più capace, ci proponevamo, io e Angela, di stare sveglie, per poter sorprendere la… Befana. Il nostro chiacchiericcio andava avanti per ore, ma poi, nonostante i propositi e i mezzi escogitati, sprofondavamo sempre in un sonno traditore. Angela era sempre la prima a svegliarsi, alle due o tre, e, intraviste le calze gonfie di doni, lanciava l’urlo vittorioso, mi svegliava, e tutte correvamo nella camera da letto dei genitori per mostrare ciò che la Befana ci aveva portato; poi a giocare, fino a che le prime luci dell’alba ci sorprendevano riaddormentate e abbracciate alle bambole, alle palle, alle tazzine, con la mano sulla carrozzina…

E i sogni erano sempre bellissimi: spingevo sul marciapiede la mia carrozzina di vimini con la bambola bionda ed elegante e tutte le bambine si affacciavano a guardare con un bel po’ di invidia per me, così fortunata.

La sera dell’Epifania, con malinconia si smontava il presepe e si riponeva il tutto, fino al prossimo Natale.

martedì 22 dicembre 2009

27. Natale in rima

Buon Natale anche a chi non crede




Buon Natale in questo giorno particolare
a tutti voglio augurare
Buon Natale anche a chi non crede
perché il Natale non è questione di fede
Il Natale è una festa tradizionale
sentita da tutti in modo speciale
Una tradizione vecchia come il mondo
quando l’uomo non sapeva che il nostro pianeta è rotondo
e aveva paura che il sole andasse per sempre a dormire
e che le tenebre, a dicembre, non smettessero d’imbrunire
E allora ha pensato di far tornare il sole
festeggiando con grandi fuochi accesi nelle tarde ore


La nascita del bambinello, se non lo sapevi,
è la speranza di oggi e di ieri…
di tutta l’umanità
che non vuol conoscere l’aldilà!


                                   Armentina

giovedì 17 dicembre 2009

26. Ecco come veniva sostituito lo zucchero nelle case contadine

Di Barbara Bertolini  

Giorni natalizi, giorni di feste e… di dolci. Nella tradizione culinaria italiana, di piatti dai sapori zuccherini, senza conservanti né coloranti, ce ne sono tanti, ma quello che vi voglio raccontare ora è la storia di un alimento che in tante case povere ha sostituito per anni lo zucchero, considerato allora troppo caro.

La mia mente corre agli anni ’50. Non c’è nessuno in casa. Entro con timore nella camera da letto dei miei nonni. In fondo alla stanza c’è una tenda che nasconde una nicchia. Scosto la tenda e inzuppo le dita in un grosso pentolone che vi è deposto, dove giace un invitante e gustoso intingolo denso e marrone. So che non posso mangiarne troppo perché il “savurett” servirà per preparare i dolci di tutto l’anno e, se mi becca la nonna, sono guai, ma sono troppo golosa e non resisto: sclaft, sclaft, hummm che bontà!
Questo è l’unico dolce della casa ad eccezione, ben inteso, della marmellata. Ma è soprattutto il solo che posso mangiare senza che nessuno se ne accorga.
Ho scoperto poi che intere generazioni di bambini, nati in campagna prima del 1950, si leccavano avidamente le dita come me dopo averle intinte nel savurett!

A cosa serve e come è fatto il “savurett”?

Come al solito è la signora Armentina a dare le spiegazioni:

Nei tempi passati, durante e dopo la guerra, il problema economico era tale che perfino lo zucchero era troppo costoso per le tasche dei contadini. Si cercavano quindi soluzioni alternative per sostituirlo. Una di queste era appunto il “savurett”. Non ne conosco il nome italiano, chiedo lumi all’amica Rita, esperta linguista, forse lei sa trovare questa parola emiliana che deriva da “sapore”.

Dunque, durante l’autunno si raccoglievano in grande quantità le pere (verdi con sfumature di marrone – l’Armentina le chiama “pere valle”) che cadevano in abbondanza.
Si lavavano, poi, così com’erano (con il torsolo e la buccia), le si passavano dentro una specie di tritatutto. Il composto così ottenuto lo si lasciava scolare. Quando il sugo si era completamente deposto lo si doveva far bollire in un paiolo per 24 ore (alla fine ne restava solo un quarto) e il savurett era pronto.
Infatti il sugo rimasto era dolciastro e poteva quindi essere utilizzato per zuccherare le torte o altri cibi. Poiché era un alimento che non costava nulla (allora la legna si trovava nei boschi e di frutta ce n’era a volontà), i più poveri, in mancanza di qualsiasi altro alimento, lo utilizzavano per insaporire la polenta. Questo composto si manteneva inalterato per qualche anno.

Al giorno d’oggi lo si chiamerebbe “fruttosio”. O sbaglio?

(la foto di queto post è stata presa da http://www.giallozafferano.it/)

venerdì 11 dicembre 2009

25. Bambinaia a Milano negli anni '50

Che anni duri per le contadinelle adolescenti costrette a lavorare per racimolare qualche lira!



di Ines Bonini


Doveva essere la prima metà degli anni ’50, non avevo più di 12 anni e fino a quel momento mi ero allontanata dal mio paese al massimo una ventina di chilometri per andare a trovare i vari parenti. Era un giorno d’autunno e mi stavo preparando per partire a Milano. Una paesana aveva la figlia che lavorava in quella città e mi aveva trovato un posto da bambinaia. Baby-sitter si direbbe oggi, ma allora ero considerata serva, tò, proprio perché giovane, servetta, ovvero una domestica che avrebbe vissuto in una famiglia e che avrebbe dovuto occuparsi di un bambino di 7 mesi e della pulizia della casa per una coppia di giovani sposi benestanti ma non ricchi, che abitavano San Donato Milanese.

Partii di buon’ora con la corriera che mi portava a Reggio Emilia e lì, da Porta Castello, dove si fermava il mezzo, sarei dovuta andare a piedi alla stazione, prendere il treno e, una volta giunta a Milano mettermi una fascia bianca al braccio e sperare di trovare la Signora che mi veniva a prendere. Per me già Reggio Emilia fu una scoperta incredibile: tutte quelle case, quel via vai di gente. Ma quando giunsi a Milano, ormai verso sera, rimasi a bocca aperta. Non avevo mai visto tanta gente prima, chi andava su, chi andava giù, chi a destra, chi a sinistra, in un moto perpetuo. Mi prese un’angoscia terribile di non trovare la Signora in mezzo ad una folla così. E le luci! Mamma mia che illuminazione potente, sembrava di stare in estate a mezzogiorno. Nemmeno il sole riusciva ad illuminare così bene le strade come i lampioni della stazione di Milano. Nel mio paese non esisteva l’elettricità per cui passare dalla lucerna alla luce fosforescente delle lampadine al neon mi sembrava straordinario.

Alla fine del binario una giovane signora si fece avanti e io mi sentii infine salva. Ma quando fui fuori dalla stazione e vidi tutte quelle auto percorrere velocemente le strade mi ritornò la paura perché mi chiedevo come avremmo fatto ad attraversare!

San Donato Milanese cominciava solo allora ad urbanizzarsi per cui, quando la domenica andavo a trovare la mia amica che abitava molto distante e tornavo di sera, avevo sempre una gran paura ad attraversare il quartiere ove giravano brutti ceffi.

In quella casa di San Donato Milanese trovai anche una vecchietta che mi prese in simpatia. La sera, quando avevo fatto addormentare il bambino e sistemato la cucina, mi chiamava in camera sua ad ascoltare le commedie alla radio…. anche quella una grande novità per me!

Con il primo stipendio, 12 mila lire, mi comperai il cappotto, che non avevo. La Signora mi portò alla Rinascente (mai immaginato un negozio con tutto quel ben di dio e le scale mobili!). Purtroppo, per quella somma mi dovetti accontentare di uno bruttissimo che non mi piaceva indossare. A San Donato Milanese stetti per otto mesi. Tornai a casa con una grande voglia di rivedere la mamma. Speravo mi aspettasse alla corriera. Quando scesi, c’era una signora girata di spalle che le assomigliava. Le corsi incontro a braccia aperte. Che delusione quando si girò. Mia madre, invece, come al solito stava nella stalla ad accudire le mucche.

Feci un’altra esperienza da “serva” l’anno dopo. Fu più divertente perché ci presero in due nella stessa casa. L’episodio che più mi è rimasto impresso di questa seconda esperienza è il fatto che una sera, quando i padroni erano già andati a dormire e stavo per mettere della carta nella stufa, da questi giornali stropicciati caddero delle lire. Dispiegai il tutto e scoprii che dentro c’erano parecchi soldi. Era l’incasso della giornata che i due, commercianti, avevano sbadatamente abbandonato vicino alla stufa avvolti appunto in un giornale spiegazzato, probabilmente per nasconderli ad eventuali rapinatori. Fui così in collera con loro che li andai a svegliare e glie li feci vedere dicendogli: «Se io non me ne fossi accorta in tempo, voi domani mi avreste accusato di furto!»

***

 

Per la cronaca, dopo queste esperienze milanesi, sono riuscita ad entrare nell’Ospedale di Reggio Emilia dove ho frequentato i corsi per infermiera, diventando poi infermiera neonatologa (a qualcosa è servito lavorare come bambinaia!).

lunedì 23 novembre 2009

24. Quelle notti d'inverno dove solo un "prete" poteva esserti d'aiuto....

Di  Barbara Bertolini
Noi in Emilia lo chiamavamo prete, da altre parti, come ha ricordato Mariolina (post 18), lo chiamavano frate, ma chissà quanti altri nomi ha. Insomma quell’aggeggio fatto di due legni sovrapposti, di forma ovale, lungo un metro e che veniva posto fra le lenzuola gelide, con sopra un braciere, aveva lo scopo di riscaldare il letto. Le braci venivano portate in camera un’ora prima di coricarsi. Senza il prete infilarsi nel letto sarebbe stato traumatico.

Nelle case senza riscaldamento il momento più brutto arrivava, infatti, quando si doveva abbandonare il tepore della cucina per andare nelle glaciali camere da letto. Doversi spogliare in un luogo dove la temperatura arrivava talvolta anche sotto lo zero era davvero un’impresa.

Sembra impossibile che il termometro scendesse così in basso nelle stanze, ma è un ricordo ben preciso a dimostrarlo: mia mamma, quando io e mio fratello dovevamo andare a letto, ci dava una bottiglia di acqua calda. Ebbene, quella bottiglia, che finiva quasi sempre per cadere sul scendiletto, qualche mattina l’abbiamo trovata con l’acqua completamente ghiacciata!

Tra le mie reminescenze più sgradevoli del tempo che fu, c’è proprio quella del risveglio alla mattina durante l’inverno, quando dal calduccio del letto dovevo sgusciare fuori in un ambiente molto simile a quello dell’igloo.

Ho ancora nelle orecchie la voce di mia nonna quell’anno del 1957, rimasta con lei e la sua famiglia perché i miei erano emigrati all’estero: «Angelaaaa, Ineees, l’è ora d’alves! (è ora d’alzarsi)», gridava alle figlie, a mo’ di sveglia, dalla cucina dove aveva appena avviato il fuco nella stufa. A quel richiamo, la prima a scendere, in effetti, ero io che avevo sì fatto uno sforzo sovrumano per abbandonare il lettone ma, che, però, venivo gratificata dalla nonna che immancabilmente mi diceva: «tu sì che sei brava, non quelle due dormiglione là». Le due dormiglione come al solito si erano rigirate dall’altra parte e ci avrebbero messo più di mezz’ora prima di sbucare fuori dal letto, e solo perché sentivano la voce minacciosa della madre che si avvicinava. Non avevano torto, però, a prendere tempo. Anche se il letto non era quello molleggiato di ora, ma aveva il materasso di foglie di granone, i loro corpi avevano prodotto una nicchia così calda che ci voleva un bel coraggio per affrontare una nuova giornata che cominciava al freddo e al gelo come nella grotta di Betlemme.

E per ritornare al prete, c'è da dire che oltre ad utile era anche un attrezzo molto pericoloso poiché, pieno di braci, veniva posto in un luogo dove, se rovesciato, avrebbe incendiato tutto facilmente. Infatti, molti materassi contadini erano fatti con le foglie di granone, come detto da Lucia (post 12).

Conoscete qualche altro nome di questo attrezzo?

martedì 17 novembre 2009

23. L'arrivo di una giovane sposa nel paese dei suoceri:anno 1910


Parlando d’amore nel tempo passato, ho trovato un racconto molto bello, quello di Lina Pietravalle, che va giovane sposa nel Molise.


Siamo intorno al 1910. La ragazza, figlia di un illustre medico, Michele, originario di questa regione, direttore degli Ospedali riuniti di Napoli e deputato, sposa Pasquale Nonno, giornalista di umili origini.


Anche Pasquale Nonno è molisano, e, dopo le nozze avvenute a Napoli porta la giovane sposa a Chiauci, in provincia di Isernia, paese dei suoi genitori. Il suocero di Lina, molto orgoglioso di questo matrimonio, coinvolge tutto il paese nell’accoglienza dei novelli sposi.


Ecco come la scrittrice descrive il suo arrivo:

ʻViaggiammo di notte, nell’augusta prima di velluto rosso ed arrivammo a Pescolanciano all’alba. Lì finisce la ferrovia ed incomincia, tra roccie scabre, la foresta con la sua cupa grandezza ascetica (…)

Eran pronte ad attenderci due cavalcature con un uomo sanguigno e baffuto che era a parte del nostro disegno di giungere di nascosto a tergo del paese, verso sera.

La mia cavalla si chiamava Gualfante ed era grande, magra, ed occhialata di nero come una maga coi fianchi iridati dal placido sudore. Aveva in testa una penna altissima che mi cavava gli occhi, fiocchi, sonagliere, e briglie pittoresche impicciatissime.

«Gatà, tu sei pazzo! Qua i pazzi vanno sciolti come i cani» proruppe allegramente mio marito «Spoglia la cavalla, se no m’accechi la sposa». (…)

Mi fece mettere sul suo cavallo e la lietezza mattutina gli parve un augurio ed un canto.

La strada borbonica era bellissima. Lenta come il ritmo del tempo d’allora, strada calma e patriarcale che rispettava ogni lembo di terra ed ogni diritto di pastura. (…)

Il suocero era alle vedette, Peppe Cacerna ci aveva traditi per quattro soldi di polvere da sparo. Per la storia egli gliene offerse due, ma Peppe rispose tutto d’un pezzo: «Fossi fesso, per due». (…)

Cominciarono a brillar fiaccole sanguigne tra le forre e le rupi solinghe, erte come cippi, e per le pasture scarse, contese dal passo della montagna, rispondevan fuochi alti e ruggenti come pire, incorniciati di faville. Tra le macchie degli alberi sbucavano intanto gruppi di ragazzi con fiaccole ed aquiloni di carta che urlavano come i lupi: «Evviva la Novella! Evviva don Pasqualino!». (…)

Intanto eravamo alla porta del paese. Ad attenderci v’erano i “municipali” vestiti di panno turchino, con la giacca a figaro, le camicie di canapa color olio ed una penna di gallo sul cappello. Mio suocero con il petto coperto di medaglie, aggrondato e solenne come un despota, ci fece l’investitura.

Su un piatto pane, olio e sale e le chiavi della porta maggiore che era quella della casa comunale. L’antico rito si compiva, come nei fasti del Trecento, fasti di grande alterigia e di commossa umiltà, nel quale il sangue dell’arrogante signore e quello del torbido plebeo eran confusi come in un crisma perfetto.

Una schiera di fanciullette, vestite di mussola bianca, con duri veli e rose di carta, si fece avanti a ghirlanda, seguita da una maestra monaca, cantando con le voci bianche ed acerbe dei campi, incrudite dal gergo, questa strana canzone:
«Vieni, mia sposa, al talamo, viene dal Libano e sarai incoronata….»
«Lina ascolta! E’ il cantico dei cantici! » egli mi disse.

Il suo volto era vitreo d’ambascia ed il suo sorriso convulso.

La folla intanto irruppe: donne, uomini, vecchi; sulle finestre rozze coperte colorate e scarselle accese, sui tetti torcie bluastre di resina e le strade pavesate di tele tessute in casa, rigide e grezze. (…) «Compari e comari» gridò mio suocero attaccando un energico moccolo «non fate i cafoni zulù! Largo alla sposa, per Sant’Onofrio rimbambito!».

Piovevan baci a mitraglia sul mio vestito e sulle mani: baci duri, informi, disperati e pianti macabri come se fossi nel cataletto.
«Figlia di sangue gentile! Palma! Figlia di mamma beata!».

E gli auguri:
«Nessuno vi possa spartire!».
«Santa Lucia ciechi il malocchio!»
«Servi a cento e mai il medico e lo speziale!».
«Sant’Agnese diletta! Santa Marzia preferita! Essa porta una quartana di capelli. Capelli e figli assai, capelli e grano assai!».

Infatti il grano ci copriva e non potrò mai dimenticare tra quelle luci labili, sotto quello spesso cielo di viola, arcato e dipinto come un portico, la pioggia lene e torpida del grano da tutte le finestre. Pareva polvere sfarinata d’un mestissimo oro, pieno di piombo e di ferro, e sulle mani e sul viso sentiva ancora di sole e di terra. Era tutto grano mondo, pane strappato alle loro bocche penitenti dalla poesia del mito e dalla virtù della tradizione. Una muta di servi gettava denaro e confetti e a tutti i capi di casa che attendevan sulle porte era dato il dono della sposa: un fazzoletto fiorito alle femmine, ed un taglio di camicia agli anziani. Ai fanciulli, rauchi di tripudio, ciambellette, frappe e fichi secchi……. ʼ

Questa grandiosa festa è tutta opera del suocero di Lina Pietravalle che così lo descrive:

“Mio suocero, bellissimo e truculento tipo di capo-tribù, era scellerato di fama ma cinto dalla forza delle sue imprese da una nube di fatalità e d’imperio e come tutti i violenti semplici e barbari in Cristo, sentimentale e persuaso d’essere un giusto ed esemplare uomo. Era sindaco, notaio, consigliere provinciale e di tal fegataccio che vantava medaglie d’ogni genere al valor militare e civile. Aveva accoppato i briganti essendo lui diceva «peggio di un brigante» ed accoppava sempre tutti con una sincerità esplicativa e laudativa eroica. (…)
Naturalmente per il mio matrimonio riunì i consiglieri che puzzavano di stabbio; vecchi pastori, con le brache rappezzate e le mani grosse come spatole per la calcina.
«Don Pasqualino sposa la figlia di don Michele. Invito la Giunta a mandare una lettera di pubblico giubilo per le nozze alte».
«Nozze altre» ripeté il prosindaco. «E quanta dote porta?»
«Non porta dote» ribadì solennemente mio suocero «perché se portava pure la dote non si sposava a figliemo (figlio mio)».
La gente allibì ed egli spiegò ch’egli voleva nobilitare il suo sangue e schiarirlo.
«Mio padre era fabbro e mio nonno contadino, io ho fatto il primo passo ed ho “ammegliato”, e mio figlio deve farlo più lungo, non ci vuole per lui una femmina con i polsi grossi, ma pregiata di figura e col cervello fino».
«E t’è piaciuta, noreta? (tua nuora)»
«Mi è piaciuta e parla meglio di monsignore».

Lina Pietravalle, Marcia Nuziale, pubblicato da Bompiani il 15 dicembre del 1931, ripubblicato nel 1987, centenario della nascita della scrittrice

martedì 10 novembre 2009

22. L'innamoramento ai tempi passati


Questa poesia di Ermanno Catalano, che parla di innamoramenti nei tempi passati, mi sembra molto adatta per il blog poiché il suo titolo è "Amore d’altri tempi", appunto quelli della gioventù dei nostri nonni o bisnonni a cui non era permesso avvicinare la ragazza che faceva palpitare il loro cuore.



Ringrazio Catalano, poeta dialettale molisano, per avermi concesso il suo componimento. Barbara Bertolini




AMORE D’ATI TIÈMPE.................... AMORE D’ALTRI TEMPI

Petésse remenì ‘llu tiémpe äntiche,.......Potesse ritornar quel tempo antico

quann’ere verde, quasce nu guaglione,..quando ero verde, quasi ragazzo,

e iave mure mure e ciche viche.............e andavo lungo i muri vico vico

pecché velée ‘lla bella ggione...............perché volevo vedere quella giovane



E quanne ne fenestre nen ce steve..........E quando alla finestra lei non c’era

‘spettave che senava vintunore;.............aspettavo che suonasse vent’un ore;

allore ch’i chempagne ze rreunéve.........allora alle compagne lei si univa

e iave a tolle l’acque c’a quettore..........e andava a prender acqua con la tina



Allore non petive irce a spasse,.............Allora non potevi andarci a spasso

parlarce nen petive ‘mmiezz’a vije,.......non potevi parlarci nella strada

ma p’a temménte sule d’addarasse.........ma per guardarla solo da lontano

evive ì ne fonte, zije, sije.......................dovevi andare alla fonte, zije sije.



U munne mò è cagnate, è n’ata cose,.......Il mondo or è cambiato, è un’altra cosa:

a fonte cole ‘n terre senza ggente;...........la fonte getta acqua senza gente;

Marije è vecchie, a figlie mo spose........Maria è vecchia, la figlia ora si sposa,

u suonne mije remane p’a mente.............il sogno mio rimane nella mente.



Ermanno Catalano

lunedì 26 ottobre 2009

21. Come stiravano le nostre nonne


La signora Armentina, piena di ricordi, ci racconta come si stirava una volta, quando l’elettricità non c’era ancora, dandomi così l’opportunità di mettere questa bella foto, presa dalla raccolta di ferri da stiro antichi di Pasquale Veleno.


Il primo ferro da stiro che ho avuto (anni ’40) era quello pesante che si metteva direttamente sulla stufa. La piastra si riscaldava e io potevo stirare il tempo che durava questo calore, ovvero pochissimo. Insomma per dare una piega ai capi ci voleva davvero tanto tempo. Ve le ricordate le stufe di una volta fatte a cerchioni concentrici i quali si toglievano uno ad uno, a seconda della grandezza della pentola da mettere? Ebbene, quella era la stufa su cui io poggiavo il ferro da stiro. Nelle sartorie, dove il ferro era attaccato tutta la giornata si è sempre preferito impiegare questo tipo fino all’avvento dell’elettricità, infatti, si rischiavano meno bruciature ed era più pulito.
Successivamente ho utilizzato quello dove si mettevano le braci direttamene dentro al ferro. Quello per intenderci che, come cimelio, si trova ancora in tante case. Era tutto nero e aveva l’apertura in alto che permetteva di riempirlo di braci ardenti. Questo ferro aveva un’autonomia più grande rispetto a quello di prima. Nelle famiglie ricche la brace veniva sostituita dal carbone.
Per poter stirare agevolmente dovevo spruzzare la stoffa con dell’acqua. La bruciatura era assicurata se non si aveva l’accortezza di mettere uno straccio tra la stoffa e il ferro. Le stoffe sintetiche fino agli anni ’50 non erano ancora arrivate nelle nostre case per cui i capi da stirare erano prevalentemente in canapa, lino o lana. Mentre i soliti ricchi possedevano nel loro guardaroba anche indumenti in cotone e seta. Per inamidare i colli delle camicie, facevo bollire le bucce di patate in una pentola e, dopo, ve li immergevo.
Nelle famiglie dove non c’era servitù, lenzuola, asciugamani e vestiario intimo non venivano mai stirati, avevamo altro da fare!
Per cui, quando alla fine degli anni ’50 mi sono trovata fra le mani il primo ferro da stiro elettrico è stata una vera liberazione. Sono stata una delle prime a comperare quello a vapore che avevo adoperato nella sartoria dove lavoravo!
Non c’è dubbio che l’emancipazione della donna è passata anche attraverso la liberazione delle corvée domestiche.
Armentina Bonini, tutti i diritti riservati

lunedì 12 ottobre 2009

20. Quando da Genova, Napoli e Messina imbarcavamo le "spose per procura" fino in Australia


(foto anni '50, il giovane ufficiale di marina Pietro Ciufici in divisa invernale)
di Pietro CiuficiNato a Ortona, porto abruzzese che si affaccia sull’Adriatico, il mare è sempre stato il mio universo, la mia meta, il mio approdo.
Sapevo fin dalla più tenera età che da grande avrei fatto il marinaio. Dopo le medie, infatti, mi sono iscritto all’Istituto nautico e, successivamente, con il mio bel diploma in tasca mi sono imbarcato come giovane ufficiale di marina.

Era l’anno 1954 e, da allora, e per tredici anni ho circumnavigato il mondo approdando con le navi nei porti più importanti del globo terrestre: dall’Alaska all’America del Sud, dalla Cina all’Australia; dove ci portava il vento del commercio.
I ricordi di quegli anni gloriosi sono tanti. Tra i primi a venirmi in mente ci sono i viaggi con navi passeggeri verso l’Australia, dove portavamo anche le numerose “spose per procura”.
L’Italia di allora era poverissima, non erano ancora state cancellate tutte le tracce lasciate dalla guerra e spesso mancava perfino il minimo per campare. Ecco perché molti italiani partirono per l’Australia dove il lavoro abbondava e dove solo lo zappatore della terra era capace di adattarsi ad un clima terribile in luoghi isolati, abitati da piccolissimi nuclei di famiglie. Gli emigrati erano stati chiamati per lavorare soprattutto la canna da zucchero nel Nuovo Galles. Le destinazioni principali erano Freemantle, Adelaide, Melbourne, Sydney o Brisbane.
Questi uomini si trovarono di fronte ad un serio handicap; sul posto trovarono pochissime donne per cui, realizzata una discreta sicurezza economica, si affidarono ad agenzie matrimoniali o a parenti per far giungere in Australia delle giovani povere disposte a sposarli per procura.

Un anno, sulla turbonave della flotta Lauro, imbarcammo più di trecento di queste giovani raccolte nei porti di Genova, Napoli, Messina e Malta. Donne che avevano in tasca pure un biglietto di ritorno nel caso la persona sposata non fosse all’altezza delle loro aspettative. Ma anche se talvolta trovarono al loro arrivo degli uomini rozzi, vere facce da galera, e non così ricchi come immaginavano, molte accettarono comunque questo matrimonio per non deludere la propria famiglia e creare problemi al paese. Altre, più coraggiose, tornarono invece in dietro. Ma anche tanti di questi matrimoni combinati, bisogna dirlo, andarono a lieto fino.

Il personale della nave era in maggioranza maschile e appena arrivavamo nei porti di imbarco, dopo aver fatto tutte le manovre, ci mettevamo sul ponte ad osservare l’arrivo delle ragazze.
Nicola l’ufficiale in seconda mi dava gomitate «Oh Gesù, guarda quella biondona, ma come s’è conciata? dove va? si vede a tre chilometri il mestiere che fa, le manca solo la borsetta da far girare, che dici, lo sposo sarà contento?». E giù risate… «Hei, la moretta dietro, niente male, che gambe!». «Ma tu guarda la miseria che ti fa fare!» . Insomma l’arrivo sulla nave di questa umanità era il momento più spassoso di tutta la traversata perché cercavamo di capire i sentimenti e gli intenti di queste “signorine” diventate signore all’improvviso, che salivano sulla nave con indecisione, titubanza, gli occhi pieni di lacrime, sapendo di partire davvero per l’ignoto. C’erano ragazze sprovvedute, ma anche donne navigate che avevano fatto il marciapiede fino ad allora e l’Australia era la loro unica possibilità di rifarsi una vita dignitosa.
Noi prendevamo il meglio che ci veniva offerto. Ognuno aveva una tecnica collaudata per attirare l’attenzione e venire in contatto con le ragazze adocchiate.

Infatti, per far passare il tempo a bordo, durante questa traversata che durava ben 31 giorni, si organizzavano feste: il capitano, napoletano verace, per prenderci in giro ci diceva: «Guagliù facite è bbrava che appriesso a l’Equatore v’a prometto a festa ‘re banane!»
Avevo 24 anni, ero bello, simpatico, e con la mia bianca divisa da ufficiale facevo girar la testa a più d’una. Insomma uno sciupafemmine e, quella volta lì, ero talmente indaffarato con il gentil sesso che alla fine mi venne l’esaurimento nervoso poiché non dormii per alcuni mesi! Perfino il turno di guardia la ragazza conquistata lo faceva con me. Non avevo tregua. Che tempi!
Infatti, inizialmente timide, queste donne, dopo pochi giorni, sentendosi infine libere dalla tutela dei loro parenti, non più giudicate dai paesani, esplodevano e non avevano più remore a lasciarsi andare con il personale di bordo.

Il problema per tutti noi arrivava quando giungevamo in Australia. Molte si erano innamorate e non volevano distaccarsi dai loro marinai. Ma la legge a bordo era inflessibile, SCENDERE, e come si dice a Napoli, “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato”. A queste donne non restava che sperare di aver trovato, in terra d’Australia, un marito all’altezza delle loro aspettative.


Testimonianza raccolta da Barara Bertolini - ©2014 Tutti i diritti riservati

domenica 4 ottobre 2009

19. LA NAVE DELL’EMIGRAZIONE…. TRA ITALIA E CANADA, che accoglienza!


di Josée Di Tomaso, Montréal

I milioni di emigrati che hanno attraversato l’oceano per approdare nel Nuovo mondo l’hanno sempre fatto in nave fino all’avvento del trasporto aereo di massa, ovvero la fine degli anni 1960. Quindi, sulla rotta Europa-America non si può parlare di navi senza parlare di emigrazione (o viceversa).

In quegli anni gli emigranti italiani che volevano venire in Canada, arrivarono in America via nave approdando prima al porto di Ellis Island (Nova York- USA), proseguendo poi per il porto canadese di Halifax (nella provincia nominata Nouvelle Écosse in francese e Nova Scotia in inglese), attraccando la nave al mitico molo Pier 21. Ma per arrivare a destinazione, che per molti italiani era quasi sempre Montreal, nella provincia di Québec, si doveva prendere il treno e viaggiare ancora per circa 1000 km. Il percorso era lungo e faticoso avendo numerosi bagagli da trasportare ma, soprattutto, era difficile capire, in una lingua nuova, le indicazioni per raggiungere la meta.

Già dall’inizio del Novecento i miei bisnonni, i miei nonni e infine mio padre sono arrivati in Canada con la nave. Ci si metteva allora alcune settimane per raggiungere la costa del continente americano. Era un viaggio lunghissimo e noioso. Una delle poche attività che si poteva fare sulla nave era salire sul ponte ed ammirare il cielo – il cielo e il mare era tutto ciò che si vedeva all’infinito. I giorni erano tutti simili e interminabili. E quando il mare si scatenava alcuni passeggeri erano malati e a volte non erano nemmeno in grado di alzarsi dal letto per tutto il periodo del viaggio, e era così fino all’accostamento.

Negli anni 1940 e ‘50, in Canada arrivarono moltissimi emigrati, talvolta anche in gruppi. Nella mia memoria c’è l’arrivo con la nave di vari cugini e zii partiti da Casacalenda (Molise), in particolare quello dello zio di mio padre, una domenica d’estate. Questo zio fece un’eccezione alla regola poiché, mentre tutti ci preparavamo per andarlo ad accogliere al porto di Montreal, lui arrivò sotto casa in taxi. Cosa era successo? Semplicemente la nave aveva messo meno tempo di quello previsto. Infatti, durante la bella stagione, le navi possono arrivare fino a Montreal perché il ghiaccio che avvolge tutta la costa e l’entroterra canadesi, si scioglie e il fiume San Lorenzo, grande come un mare, diventa navigabile.
Tre anni dopo, anche la famiglia di mio zio venne direttamente a Montreal con la nave chiamata Camberra.

Rivedo ancora nella memoria l’accoglienza di questo zio: c’era mia nonna, i miei zii, le mie zie che lo aspettavano. Lo rivedo scendere dal taxi perché eravamo tutti sul balcone di casa, in attesa di partire per il porto.
I miei genitori l’hanno accolto con rispetto. Mia madre aveva preparato dei dolci e tutti insiemi abbiamo fatto la conoscenza di questo Zio Padre. Lui ha raccontato del suo viaggio, che era andato abbastanza bene.
L’indomani con i miei genitori siamo andati al porto per vedere il “bastimento” come lo chiamava mia madre. Perché spesso queste navi portavano anche della merce dall’Italia insieme ai passeggeri ed era possibile visitarla. Questo mastodonte gigante che galleggiava nell’acqua mi ha fatto un’impressione prodigiosa.

Il sabato seguente, mia madre aveva organizzato une festa. Aveva cucinato e preparato dolci e aveva invitato tutti a casa. La nonna, le zie, i zii, i cugini, le cugine, i loro figli ma anche alcuni amici che sono arrivati per venire a salutare Zio Padre.

Così, egli ha abitato con noi per un certo periodo e spesso aveva visite. Poi ha trovato un lavoro, e, dopo aver affittato una casa, ha infine potuto far venire la moglie e i figli dall’Italia.

Ci sono stati anche molti cugini arrivati con la nave e tutti accolti ed ospitati a casa mia in attesa di una sistemazione.

Erano tempi di grande disponibilità ed affabilità. I miei genitori hanno dimostrato molto altruismo. Era un periodo di gioia, di riunioni familiari allegri, di calore umano, erano dei momenti indelebili che non si possono cancellare dalla nostra memoria – una bella storia d’amore tra l’Italia e il Canada, un periodo storico che non tornerà mai più – che resterà per sempre...